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MISERICORDIAE VULTUM IN AETERNUM ADOREMUS.."[O Dio] continua ad effondere su di noi il tuo Santo Spirito, affinché non ci stanchiamo di rivolgere con fiducia lo sguardo a colui che abbiamo trafitto: il tuo Figlio fatto uomo, Volto splendente della tua infinita misericordia, rifugio sicuro di tutti noi peccatori bisognosi di perdono e di pace nella verità che libera e salva. Egli è la porta attraverso la quale veniamo a te, sorgente inesauribile di consolazione per tutti, bellezza che non conosce tramonto, gioia perfetta nella vita senza fine .."(PAPA FRANCESCO)

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lunedì 26 ottobre 2026

«Fa’ risplendere il tuo Volto e noi saremo salvi»

  


Dalle suppliche dei Salmisti alla Risurrezione di Cristo: il mistero del Volto del Messia e la testimonianza dei tre teli


Di Antonio Teseo 

Studioso della Sindone di Torino 

e del Volto Santo di Manoppello 


1. Il Volto di Dio invocato dai Salmisti


Nel cuore della preghiera d'Israele risuona una supplica che attraversa i secoli e che, alla luce della fede cristiana, trova il proprio compimento in Gesù Cristo:


«Fa’ risplendere il tuo volto e noi saremo salvi» (Sal 80,4).


Questa invocazione non esprime soltanto il desiderio di essere liberati dalle sofferenze terrene. Essa manifesta la sete dell'uomo di incontrare Dio, di contemplare la sua presenza e di ricevere da lui la salvezza.


Numerosi Salmi testimoniano questa ricerca del Volto divino.


Nel Salmo 4,8 leggiamo: «Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto». Nel Salmo 27,8 il credente risponde all'invito del Signore: «Il tuo volto, Signore, io cerco». Il Salmo 31,17 implora: «Fa’ splendere il tuo volto sul tuo servo», mentre il Salmo 67,2 domanda che Dio benedica il suo popolo facendo risplendere su di esso il proprio Volto.


Il Salmo 80 ripete più volte la stessa supplica, trasformandola in un grido collettivo di salvezza: «Fa’ risplendere il tuo volto e noi saremo salvi».


Queste preghiere esprimono il desiderio d'Israele di ricevere nuovamente la presenza salvifica di Dio. Non tutte chiedono esplicitamente l'invio del Messia; tuttavia, nella lettura cristiana, esse si inseriscono nella grande attesa della redenzione che attraversa l'Antico Testamento.


Il profeta Daniele, nella sua preghiera per Gerusalemme, invoca il Signore affinché faccia risplendere il proprio Volto sul santuario devastato (Dn 9,17). La benedizione sacerdotale, inoltre, proclama: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia» (Nm 6,25).


Il Volto divino diviene così il segno della benevolenza, della benedizione e della vita che proviene da Dio.


2. Il Volto e il sangue: due segni che richiamano la vita


Nella concezione biblica, il volto e il sangue possiedono significati profondi.


Il volto esprime l'identità della persona, la sua dignità e la possibilità dell'incontro. Cercare il volto di qualcuno significa desiderare una relazione con lui; vedere il volto benevolo del Signore significa sperimentare la sua vicinanza.


Il sangue, invece, viene esplicitamente associato alla vita. Nel Levitico leggiamo: «La vita della carne è nel sangue» (Lv 17,11).


Questa affermazione rivela la sacralità della vita umana, che appartiene a Dio. Il sangue non rappresenta una semplice sostanza corporea, ma richiama la vita ricevuta dal Creatore.


Il volto e il sangue, pur non essendo indicati dalla Scrittura come le uniche fonti della vita, diventano pertanto due segni di grande forza simbolica: il volto manifesta la persona, mentre il sangue richiama la vita che le appartiene.


Alla luce del Nuovo Testamento, questi due elementi assumono un significato cristologico straordinario.


San Paolo definisce Cristo «immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), mentre la Lettera agli Ebrei lo presenta come «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1,3).


Nel Volto di Gesù, il cristiano contempla la manifestazione del Figlio; nel sangue versato sulla croce riconosce il sacrificio della nuova alleanza.


Il Volto invocato dai Salmisti e il sangue atteso come segno della vita si incontrano così nel mistero della Passione e della Risurrezione.


3. Isaia annuncia il Servo sofferente: il Volto sfigurato del Messia


La profezia di Isaia 52,13-15 costituisce uno dei passaggi più significativi per comprendere il rapporto fra il Volto del Messia e la salvezza.


Il profeta annuncia un Servo che viene innalzato ed esaltato, ma il cui aspetto appare sfigurato a causa delle sofferenze.


Isaia scrive che il suo volto è tanto sfigurato da non sembrare più quello di un uomo e che molte nazioni rimangono stupite davanti a lui (Is 52,14-15).


Il quarto canto del Servo del Signore prosegue in Isaia 53, dove il protagonista viene descritto come «uomo dei dolori, che ben conosce il patire» (Is 53,3).


Il Servo porta le sofferenze degli altri, viene trafitto per le loro colpe e offre la propria vita. Il profeta proclama:


«Dalle sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5).


Questa parola illumina profondamente la fede cristiana. Le ferite del Servo non rappresentano soltanto il segno della violenza subita: nella lettura cristologica diventano il segno dell'amore redentore di Cristo.


La frase «Dalle tue ferite siamo stati salvati» esprime dunque il senso spirituale della profezia: la salvezza nasce dal dono di colui che prende su di sé il dolore dell'umanità.


Anche altri passi biblici contribuiscono a delineare questo mistero.


Il Salmo 22 descrive il giusto perseguitato, le sue ferite e la spartizione delle sue vesti. I Vangeli riprendono questi motivi nel racconto della crocifissione (Mt 27,35.46; Gv 19,23-24).


Zaccaria 12,10 annuncia lo sguardo rivolto verso colui che è stato trafitto; il Vangelo secondo Giovanni richiama questa profezia in relazione al costato di Gesù (Gv 19,37).


Isaia 50,6 descrive inoltre il Servo che offre il dorso ai flagellatori e le guance a coloro che lo percuotono.


La lettura cristiana riconosce in queste parole una straordinaria convergenza con la Passione del Signore. La Scrittura non ci consegna un ritratto completo dei suoi lineamenti, ma ci permette di riconoscere l'identità del Messia attraverso le sue sofferenze, il suo amore e la sua vittoria.


4. La Trasfigurazione: il Volto glorioso anticipa la Risurrezione


Prima della Passione, Gesù manifesta ai discepoli la gloria della propria identità divina.


Nel Vangelo secondo Matteo leggiamo che il suo volto «brillò come il sole» e che le sue vesti divennero candide come la luce (Mt 17,2). Marco e Luca raccontano lo stesso evento, sottolineando lo splendore straordinario della persona di Gesù (Mc 9,2-10; Lc 9,28-36).


Accanto a lui appaiono Mosè ed Elia, rappresentanti della Legge e dei Profeti. La voce del Padre proclama:


«Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!» (Mc 9,7).


La Trasfigurazione non coincide ancora con la Risurrezione, ma ne anticipa la gloria. Gesù rivela ai discepoli che il Figlio destinato alla Passione è anche colui che manifesta la gloria del Padre.


Un particolare è decisivo: dopo la visione, Gesù ordina ai discepoli di non raccontare ciò che hanno visto prima che il Figlio dell'uomo sia risorto dai morti (Mt 17,9).


La gloria contemplata sul monte trova dunque nella Pasqua la sua piena comprensione.


Il Volto luminoso del Tabor e il Volto sofferente del Calvario appartengono allo stesso mistero. Il Figlio glorioso è colui che si consegna alla morte per amore dell'umanità. La Risurrezione manifesta che la morte non ha l'ultima parola.


5. Il Redentore ha esaudito le implorazioni dei Salmisti?


Questa è la domanda centrale del nostro studio.


Il Redentore ha esaudito le implorazioni dei Salmisti?


La risposta della fede cristiana è sì.


Il Padre ha manifestato la propria salvezza attraverso Gesù Cristo, il Figlio che assume la nostra condizione umana, attraversa la Passione e risorge dai morti.


La promessa di salvezza non rimane un'attesa indefinita. Essa trova nella Pasqua di Cristo il suo centro e il suo compimento.


San Paolo proclama:


«Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1 Cor 15,14).


La Risurrezione è il fondamento della speranza cristiana. Cristo sconfigge la morte e apre all'umanità la via della vita eterna.


La sua opera redentrice abbraccia l'intera storia. San Paolo mette in relazione Adamo e Cristo, affermando che, come attraverso il primo uomo entrano nel mondo il peccato e la morte, così attraverso Cristo giungono la giustificazione e la vita (Rm 5,12-21).


La tradizione cristiana contempla anche la discesa di Cristo agli inferi, nella quale il Signore raggiunge i giusti che lo hanno preceduto. La Prima lettera di Pietro richiama l'annuncio di Cristo agli spiriti in prigione (1 Pt 3,18-20), mentre la Lettera agli Ebrei ricorda i patriarchi e i giusti antichi che attendono il compimento delle promesse divine (Eb 11,39-40).


I Padri della Chiesa, i profeti, i re fedeli e le generazioni che hanno atteso il Messia appartengono così all'orizzonte universale della redenzione.


La salvezza non è un privilegio limitato a un'epoca storica. È il dono della grazia divina, che trova in Gesù Cristo il suo mediatore e il suo compimento.


6. Il lino consacrato: il Tabernacolo, le vesti sacerdotali e il mistero del sepolcro


Per approfondire il significato dei teli legati alla Passione, è utile soffermarsi sulla presenza del lino nella tradizione biblica (simbolo di Purezza, di Sapienza e di Regalità).


Nel libro dell'Esodo, Dio ordina che il Tabernacolo venga realizzato con teli di lino ritorto, insieme a filati di altri colori e a figure ricamate di cherubini (Es 26,1). Anche il velo che separa il Santo dal Santo dei Santi è realizzato con lino ritorto (Es 26,31).


Il Tabernacolo è il luogo della presenza divina in mezzo al popolo. Il lino, inserito in questo spazio sacro, partecipa alla dignità del santuario e alla solennità del culto.


Anche le vesti sacerdotali sono confezionate con lino fine. Esodo 28 descrive gli abiti destinati ad Aronne e ai suoi figli per il servizio sacerdotale, comprendendo il lino ritorto nella loro realizzazione (Es 28,4-8).


Questi riferimenti offrono un importante sfondo biblico per meditare sul significato dei tessuti nel culto e nella tradizione religiosa d'Israele.


È necessario, tuttavia, distinguere ciò che l'Esodo afferma da ciò che costituisce un'interpretazione successiva: il testo non dichiara che il fine bisso fosse destinato specificamente a coprire il volto di un re o di un sacerdote defunto, né identifica quei tessuti con i reperti cristiani oggi venerati.


La presenza del lino nel santuario e nelle vesti sacerdotali permette però una riflessione teologica: un tessuto destinato a un uso sacro richiama la dignità della persona, la consacrazione e il rapporto fra il visibile e il mistero divino.


In questa prospettiva, il lino che avvolge il corpo di Cristo diventa per il credente un segno particolarmente eloquente della sepoltura del Figlio di Dio.


7. La Sindone di Torino: il corpo sofferente del Redentore


La Sindone di Torino è un lungo telo di lino sul quale appare l'immagine frontale e dorsale di un uomo con segni compatibili con una crocifissione.


La figura richiama le ferite della flagellazione, le lesioni del capo e le tracce di una morte violenta. Per la tradizione cristiana, questi elementi evocano direttamente i racconti evangelici della Passione.


La Sindone non viene identificata esplicitamente nei Vangeli e la sua autenticità storica rimane oggetto di discussione. La ricerca scientifica ha prodotto studi e interpretazioni differenti, senza raggiungere un consenso conclusivo sull'identificazione del corpo raffigurato con quello di Gesù.


Per il credente, tuttavia, la Sindone rappresenta un potente richiamo alla Passione: il corpo che porta i segni della sofferenza diventa occasione per contemplare il prezzo dell'amore redentore.


Il Volto sofferente che appare sul telo richiama le parole di Isaia 52–53 e invita a meditare sul Servo che offre la propria vita per la salvezza dell'umanità.


8. Il Sudario di Oviedo: il sangue legato alla Passione e alla deposizione


Il Sudario di Oviedo è un telo di lino che presenta macchie e tracce biologiche, fra le quali sono state studiate quelle attribuite al sangue umano.


La tradizione legata al reperto lo associa alla Passione di Gesù. Alcuni studiosi ne hanno esaminato le macchie e le pieghe, proponendo una relazione con il capo di un uomo morto e con le ferite descritte nei racconti evangelici.


Nella prospettiva devozionale che propongo in questo studio, il Sudario di Oviedo richiama soprattutto il sangue di Cristo e il momento drammatico della deposizione dalla croce.


Il sangue rimanda alla vita donata e al sacrificio del Figlio. Le macchie sul lino diventano così, per il credente, un invito a contemplare il corpo di Gesù che viene deposto e preparato per la sepoltura.


È importante precisare che non disponiamo di una prova definitiva che il Sudario di Oviedo sia stato usato proprio durante la deposizione di Gesù. Il reperto non reca un'immagine del volto e la sua identificazione storica rimane discussa.


La sua forza spirituale risiede nel richiamo alla Passione, alla concretezza della morte del Signore e al sangue attraverso il quale, secondo la fede cristiana, viene inaugurata la nuova alleanza.


9. Il Volto Santo di Manoppello: il sudario e l'annuncio della Risurrezione


Il Volto Santo di Manoppello presenta un'immagine del volto umano su un tessuto sottilissimo, la cui natura e storia hanno suscitato un ampio interesse religioso e scientifico.


Nella tradizione devozionale, il Volto Santo è collegato alla figura di Gesù e al mistero della sua Risurrezione. La semitrasparenza del tessuto e l'espressione del volto alimentano una contemplazione che unisce la Passione alla gloria del Risorto.


La lettura teologica che propongo è questa: il Volto Santo di Manoppello richiama il sudario del sepolcro e annuncia, attraverso il volto di Cristo, la vittoria della vita sulla morte.


Nel Vangelo secondo Giovanni, Pietro entra nel sepolcro e osserva i teli posati a terra, mentre il sudario che era stato sul capo di Gesù si trova avvolto e collocato separatamente (Gv 20,5-8).


L'evangelista non descrive un'immagine impressa sul sudario e non identifica il telo con quello oggi conservato a Manoppello. L'identificazione appartiene dunque a una lettura devozionale e teologica, non a una dichiarazione esplicita del Vangelo.


Eppure il collegamento spirituale rimane significativo: il sepolcro non è il luogo in cui la vita di Cristo viene definitivamente rinchiusa, ma il luogo dal quale si manifesta il mistero della Risurrezione.


Il volto contemplato a Manoppello diventa così, nella fede, un richiamo al Figlio che attraversa la morte e si manifesta vivente.


La parola di Isaia acquista qui una risonanza particolare:


«Dalle sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5).


Le ferite del Crocifisso e il Volto del Risorto non raccontano due storie differenti. Raccontano l'unico mistero dell'amore di Dio, che assume la sofferenza umana e la trasforma in speranza di vita eterna.


10. I sottili teli funerari nell'antichità cristiana


Il rapporto fra i tessuti e la sepoltura merita anche un riferimento alla storia antica.


Le pratiche funerarie del mondo romano conoscono l'impiego di tessuti di lino e di altri materiali per avvolgere o accompagnare i defunti. Anche nelle necropoli della Roma sotterranea si conservano testimonianze di pratiche di sepoltura che attestano la varietà dei riti e dei materiali utilizzati.


L'idea che i cristiani dei primi secoli impiegassero teli sottilissimi per avvolgere i propri defunti si inserisce in questo contesto storico più ampio. Tuttavia, per affermare che specifici tessuti ritrovati nelle catacombe siano sudari di lino ritorto identici a quelli dell'Esodo, o che riproducano esattamente la pratica funeraria di Gesù, occorrono prove archeologiche puntuali.


Il confronto fra i tessuti antichi, il lino biblico e i reperti venerati dalla tradizione cristiana rimane comunque un campo interessante per comprendere la materialità della sepoltura nel mondo antico.


La fede cristiana non separa il mistero della salvezza dalla realtà del corpo: il Figlio di Dio assume una carne umana, soffre, muore ed entra in una sepoltura reale. Proprio per questo, i teli funerari possono assumere un valore simbolico tanto intenso nella meditazione pasquale.


11. Perché i Vangeli non descrivono le immagini dei teli?


A questo punto nasce una domanda importante: se questi reperti richiamano così profondamente la Passione e la Risurrezione, perché i Vangeli non ne descrivono esplicitamente le immagini?


La risposta parte dal testo evangelico stesso.


I Vangeli non intendono offrire un inventario completo degli oggetti della Passione. Il loro scopo principale è testimoniare la vita, la morte e la Risurrezione di Gesù Cristo.


Giovanni menziona i teli funerari e il sudario trovato nel sepolcro (Gv 20,5-8), ma non afferma che questi tessuti presentino immagini del corpo o del volto di Gesù.


Non è quindi possibile dimostrare, sulla sola base del testo, che gli evangelisti abbiano taciuto l'esistenza di immagini sui teli per evitare persecuzioni da parte delle autorità giudaiche o romane.


La questione delle immagini sacre richiede inoltre una precisazione biblica. Esodo 20,4-5 proibisce di fabbricare idoli e di adorarli come divinità. Il divieto riguarda l'idolatria, cioè la sostituzione del Dio vivente con ciò che è creato dall'uomo.


La tradizione cristiana distingue l'adorazione, riservata soltanto a Dio, dalla venerazione delle immagini sacre, che rimandano alla persona rappresentata.


La venerazione di un telo non comporta dunque, in sé, la sostituzione di Dio con un oggetto materiale. Per il credente, la reliquia costituisce un richiamo alla persona di Cristo e al mistero della sua salvezza.


Rimane essenziale, però, distinguere la venerazione religiosa dall'accertamento storico: la fede può contemplare un reperto come segno della Passione senza trasformare ogni tradizione relativa alla sua origine in un fatto dimostrato.


12. Il Volto del Risorto e la speranza dell'umanità


Il percorso iniziato con le suppliche dei Salmisti giunge così al suo centro.


Israele invoca il Volto del Signore. Isaia annuncia il Servo sofferente. Gesù manifesta la propria gloria nella Trasfigurazione, affronta la Passione e risorge dai morti.


La fede cristiana riconosce in questo itinerario il compimento della promessa di salvezza.


La Sindone di Torino richiama il corpo sofferente del Redentore. Il Sudario di Oviedo richiama il sangue e la deposizione. Il Volto Santo di Manoppello, nella lettura devozionale qui proposta, richiama il volto del Risorto e l'annuncio della vita che vince la morte.


Questi tre reperti non possiedono lo stesso carattere materiale e non presentano tutti un'immagine del volto. La loro unione appartiene soprattutto a un percorso di contemplazione che collega il corpo, il sangue, il sepolcro e la gloria pasquale.


Il Volto di Cristo diventa così il centro di una riflessione che abbraccia l'intera storia della salvezza.


Non è soltanto il volto di un uomo che ha sofferto. È il volto del Figlio che rivela il Padre, ama fino alla fine e apre all'umanità la speranza della vita eterna.


Conclusione: i teli e la Sapienza dello Spirito Santo


I teli che oggi veneriamo ricalcano, nella lettura credente, i racconti evangelici della Passione, della sepoltura e della Risurrezione di Gesù Cristo.


Per un cristiano questo legame è importante, perché i Vangeli sono ispirati dalla Sapienza dello Spirito Santo e costituiscono la testimonianza apostolica fondamentale del mistero pasquale.


La fede non dipende dall'obbligo di riconoscere ogni reliquia come autentica. Essa si fonda su Gesù Cristo, morto e risorto, nel quale il Padre ha manifestato la propria salvezza.


La Sindone, il Sudario di Oviedo e il Volto Santo di Manoppello accompagnano la contemplazione di questo mistero e invitano il credente a ritornare alla Parola di Dio.


La domanda dei Salmisti conserva così tutta la sua forza:


«Fa’ risplendere il tuo volto e noi saremo salvi».


La risposta della fede cristiana risuona nella Pasqua: il Padre manifesta la sua gloria nel Figlio, il Servo sofferente diventa il Signore risorto e la morte non ha più l'ultima parola.


Il Volto invocato nei Salmi diventa, per il cristiano, il Volto di Gesù Cristo: colui che porta le nostre ferite, dona la propria vita e apre all'umanità la via della salvezza eterna.


Riferimenti biblici per l'approfondimento dello studio


- Salmo 80,4.8.20 – «Fa’ risplendere il tuo volto e noi saremo salvi»: l'invocazione della presenza salvifica di Dio.

- Isaia 52,13–53,12 – Il Servo sofferente, il cui sacrificio porta la salvezza: «Dalle sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5).

- Giovanni 20,1-9 – La tomba vuota, i teli funerari e il sudario: la testimonianza evangelica che accompagna l'annuncio della Risurrezione.

- Matteo 17,1-9 – La Trasfigurazione di Gesù: il Volto glorioso che anticipa la vittoria pasquale.

- Esodo 26,1-31 e 28,4-8 – Il lino ritorto nel Tabernacolo e nelle vesti sacerdotali.

- Romani 5,12-21 e 1 Corinzi 15,20-22 – Cristo, nuovo Adamo, e la vittoria sulla morte.


Il Volto Santo fotografato con diverse condizioni di illuminazione: 


Nella prima figura si osserva la macchia sul setto nasale, delimitata da un bordo che evoca una fase di coagulo; nella seconda la ferita appare in una fase di transizione o rimarginazione; nella terza la lesione si mostra infine come cicatrizzata, evidenziando una crosta. Nell'ultima figura si può osservare l'immagine che sparisce del tutto in controluce con i colori che non fanno più corpo sul telo.


Queste mutevoli sfumature visive offrono una suggestione profonda, quasi a richiamare idealmente il significato spirituale della frase: 

«Dalle sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5).


​Nota Tecnica


​L'effetto ottico del bisso: 

Queste variazioni d'aspetto non sono dovute a un mutamento materiale della reliquia, ma alle particolari proprietà fisiche del fine bisso lino ritorto (l'antico tessuto finissimo e traslucido ebraico su cui è impresso il volto).  


​Luce trasmessa e riflessa: 


A seconda che la luce colpisca il velo frontalmente o lo attraversi da dietro, la semitrasparenza del tessuto altera la percezione dei dettagli anatomici, generando un effetto dinamico unico, che fa sembrare l'immagine quasi vivente.

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