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MISERICORDIAE VULTUM IN AETERNUM ADOREMUS.."[O Dio] continua ad effondere su di noi il tuo Santo Spirito, affinché non ci stanchiamo di rivolgere con fiducia lo sguardo a colui che abbiamo trafitto: il tuo Figlio fatto uomo, Volto splendente della tua infinita misericordia, rifugio sicuro di tutti noi peccatori bisognosi di perdono e di pace nella verità che libera e salva. Egli è la porta attraverso la quale veniamo a te, sorgente inesauribile di consolazione per tutti, bellezza che non conosce tramonto, gioia perfetta nella vita senza fine .."(PAPA FRANCESCO)

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mercoledì 28 ottobre 2026

Fonti storiche sulla sindone


 Il Mandylion di Edessa nel Codice Skylitzes: le frange, l'iconografia del Volto Santo e la distinzione dalla Sindone di Torino


Di Antonio Teseo

Ricercatore sulla Sindone di Torino e sul Volto Santo di Manoppello


1. Il Mandylion di Edessa e la sua fama nel mondo cristiano


Il Mandylion di Edessa occupa un posto fondamentale nella storia delle immagini sacre del cristianesimo orientale. La tradizione lo identifica con il panno sul quale si sarebbe impressa miracolosamente l'immagine del volto di Gesù Cristo, senza l'intervento di una mano umana.


Una testimonianza importante della fama acquisita da questa immagine si trova nella Storia ecclesiastica di Evagrio Scolastico, composta alla fine del VI secolo. Nel libro IV, capitolo 27, Evagrio riferisce l'assedio persiano di Edessa del 544, collegando la difesa della città all'intervento miracoloso dell'immagine di Cristo.


La tradizione edessena si sviluppò intorno alla figura del re Abgar, al quale sarebbe stata trasmessa l'immagine del Salvatore. Il Mandylion divenne così un segno della protezione divina sulla città e una delle più importanti immagini acheropite della cristianità.


Nel 944, durante il regno di Romano I Lecapeno e Costantino VII Porfirogenito, il Mandylion fu trasferito solennemente da Edessa a Costantinopoli. L'avvenimento è documentato dalla Narratio de imagine Edessena e dalle testimonianze liturgiche legate alla traslazione.


La reliquia fu venerata come immagine acheiropoietos, cioè non fatta da mano umana, e divenne uno dei simboli religiosi più importanti della capitale bizantina.


2. Il Codice Skylitzes e la raffigurazione del Mandylion


Il Madrid Skylitzes, conservato presso la Biblioteca Nacional de España con segnatura MS Vitr. 26-2, trasmette la Synopsis historiarum di Giovanni Scilitze, cronaca della storia bizantina dall'811 al 1057.


L'opera storiografica risale alla fine dell'XI secolo, mentre il manoscritto miniato giunto fino a noi fu realizzato nel XII secolo, in ambiente siciliano, durante il periodo normanno.


Il codice comprende 574 miniature e costituisce una testimonianza eccezionale della cultura figurativa bizantina. La scena relativa all'arrivo del Mandylion a Costantinopoli si trova al foglio 131r.


L'immagine mostra l'imperatore Romano I Lecapeno mentre riceve il panno sul quale è raffigurato il volto di Cristo. L'iscrizione greca identifica esplicitamente la reliquia come τὸ ἅγιον μανδύλιον, ossia «il Santo Mandylion».


Il panno è rappresentato come un tessuto chiaro, con il volto del Salvatore e un bordo provvisto di frange rossastre. Il drappo porpora utilizzato per sostenere la reliquia appartiene alla rappresentazione cerimoniale della consegna.


La miniatura documenta quindi una tradizione iconografica nella quale il Mandylion è presentato come un panno recante l'immagine del volto di Cristo.


3. Le frange nella raffigurazione del Mandylion


Le frange visibili nel Madrid Skylitzes non costituiscono un particolare isolato. Un confronto significativo è offerto dall'antica raffigurazione conservata nel monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai, nella quale il Mandylion viene presentato al re Abgar dal messaggero Anania.


L'icona, datata generalmente al X secolo, conserva le ante di un antico trittico. Nella scena superiore, Abgar riceve il panno sul quale compare il volto di Cristo. Anche in questa raffigurazione il tessuto presenta elementi marginali che richiamano le frange del Mandylion del codice madrileno.


Il confronto fra le due opere è importante: sia nell'icona del Sinai sia nel Madrid Skylitzes il Mandylion è riconoscibile come un panno materialmente distinto dall'immagine del volto che reca impressa.


La presenza delle frange appartiene pertanto alla storia figurativa del Mandylion e deve essere considerata nell'analisi delle sue rappresentazioni medievali.


4. Il Volto Santo stilizzato nella tradizione bizantina e romana


La raffigurazione del volto di Cristo sul Mandylion si caratterizza per alcuni tratti iconografici ricorrenti: il volto frontale, lo sguardo rivolto verso l'osservatore, la barba e i capelli lunghi.


In numerose rappresentazioni bizantine, i capelli presentano una disposizione asimmetrica: da un lato scendono dietro e davanti le spalle, formando una curva semicircolare, mentre dall’altro ricadono più diritti lungo le spalle. Questa caratteristica costituisce uno degli elementi distintivi della tradizione figurativa del Volto Santo.


Il modello del Mandylion ebbe una vasta diffusione nelle chiese dell'Oriente cristiano e influenzò anche le rappresentazioni occidentali del volto di Cristo su un panno. Nella tradizione romana, il rapporto fra il modello orientale e la Veronica è particolarmente significativo per la storia dell'iconografia medievale.


Il confronto deve essere condotto considerando le diverse epoche e le differenti versioni figurative. La presenza di caratteristiche comuni documenta la circolazione di modelli iconografici, mentre l'identificazione materiale delle singole reliquie richiede una valutazione delle rispettive testimonianze storiche.


5. Il Mandylion e la Sindone: la testimonianza di Nicola Mesarite


Una testimonianza decisiva per lo studio delle reliquie costantinopolitane è quella di Nicola Mesarite, ecclesiastico bizantino e custode delle reliquie della cappella imperiale della Vergine del Faro.


Nel 1201, durante la rivolta di Giovanni Comneno detto il Grosso, Mesarite descrisse e difese il patrimonio sacro custodito nella cappella imperiale.


Nel suo resoconto sono menzionati separatamente i lini funerari nei quali, secondo la tradizione cristiana, era stato avvolto il corpo di Cristo e le reliquie associate all'immagine del volto del Salvatore.


La distinzione è importante per la ricostruzione della storia del Mandylion. I lini funerari appartengono alla tradizione della sepoltura di Gesù, mentre il Mandylion appartiene alla tradizione del panno recante il volto miracoloso.


La testimonianza di Mesarite documenta dunque la presenza di differenti tessuti sacri nel tesoro imperiale e costituisce un riferimento fondamentale per distinguere la tradizione dell'immagine di Edessa da quella dei lini funerari.


Nikolaos Mesarites, Die Palastrevolution des Johannes Komnenos, 


a cura di August Heisenberg, Würzburg, 1907, §§ 12–14, pp. 29–32; per il confronto specifico fra lini funerari, Mandylion e tegola sacra, Bernard Flusin, 1997, pp. 62–63.


A. I lini funerari di Cristo


Il testo greco riportato nell'edizione critica di Mesarite contiene questa espressione:


Greco bizantino

ἐντάφιοι σινδόνες Χριστοῦ


Traduzione italiana

«I lini funerari di Cristo».


Mesarite prosegue descrivendoli in questi termini; il testo greco è riportato nell'edizione di A. Heisenberg, Die Palastrevolution des Johannes Komnenos (1907), § 14, p. 31:


Traduzione italiana del passo

«I lini funerari di Cristo: sono di lino, materiale economico e facilmente reperibile; emanano ancora profumo di mirra e resistono alla corruzione, perché avvolsero, dopo la Passione, il corpo nudo del morto, incomprensibile e cosparso di mirra».


B. Il panno con l'immagine del volto di Cristo


Nel medesimo testo, dopo aver enumerato le reliquie della Passione, Mesarite menziona separatamente un panno e una tegola con l'immagine miracolosa di Cristo.

Il passo greco riportato da Flusin è:


Greco bizantino

καὶ τὸν νομοθέτην αὐτὸν ὡς ἐν πρωτοτύπῳ τετυπωμένον τῷ χειρομάκτρῳ καὶ τῇ εὐθρύπτῳ ἐγκεκολαμμένον κεράμῳ ὡς ἐν ἀχειροποιήτῳ τέχνῃ τινὶ γραφικῇ


Traduzione italiana

«Ecco anche il Legislatore stesso, impresso sul panno come su un modello originale e inciso sulla fragile tegola, come mediante una sorta di arte pittorica non eseguita da mano umana».


Qui il «Legislatore» è Cristo. Il termine greco cheiromaktron (χειρόμακτρον) indica un panno o sudario; il riferimento all'immagine non fatta da mano umana è caratteristico della tradizione delle immagini miracolose di Cristo.


La distinzione non dipende soltanto da una moderna interpretazione: nel testo le due categorie sono presentate in sequenza distinta, prima i dieci oggetti legati alla Passione e poi il panno con l'immagine di Cristo e la tegola. È esattamente la struttura messa in evidenza da Flusin. 


6. Guglielmo di Tiro e la sindon del tesoro imperiale


Un'altra testimonianza rilevante è quella di Guglielmo di Tiro, storico latino del XII secolo.


Nel 1171, durante la visita di Amalrico, re di Gerusalemme, a Costantinopoli, l'imperatore Manuele I Comneno gli mostrò importanti reliquie della Passione custodite nel tesoro imperiale. Guglielmo riferisce fra queste la presenza di una sindon, termine latino impiegato per indicare un telo funerario.


La testimonianza attesta la venerazione di un tessuto associato alla sepoltura di Cristo e si inserisce nella documentazione relativa alla pluralità delle reliquie conservate nella capitale bizantina.


1. Testo originale latino

Il passo è il seguente:


Guillelmus Tyrensis, Historia rerum in partibus transmarinis gestarum, XX, 24

Sanctorum etiam reliquias, dispensationis quoque Domini nostri Jesu Christi pretiosissima argumenta, crucem videlicet, et clavos, lanceam, spongiam, arundinem, coronam spineam, sindonem, sandalia, exponi jubet: non est arcanum, non est mysticum a temporibus beatorum augustorum Constantini, Theodosii, Justiniani, in abditis sacri cubiculi repositum, quod eis non reveletur familiariter.


Traduzione italiana


«[L'imperatore] ordina che siano esposte anche le reliquie dei santi e i preziosissimi segni dell'opera salvifica del Signore nostro Gesù Cristo: precisamente, la Croce, i chiodi, la lancia, la spugna, la canna, la corona di spine, la sindone e i sandali. Non vi è alcun segreto, alcun oggetto sacro e misterioso, custodito nei recessi della camera imperiale fin dai tempi dei beati imperatori Costantino, Teodosio e Giustiniano, che non venga loro familiarmente mostrato».


Il resoconto costituisce pertanto una testimonianza medievale della presenza di una sindon venerata come reliquia nel contesto del tesoro imperiale costantinopolitano. 


Il racconto di Guglielmo di Tiro e quello di Nicola Mesarite devono essere letti insieme: entrambi contribuiscono a documentare la presenza di tessuti sacri distinti, legati a tradizioni differenti.


7. Robert de Clari e il telo delle Blacherne


Robert de Clari, cronista della quarta crociata, riferisce di un telo venerato nella chiesa di Santa Maria delle Blacherne a Costantinopoli. Secondo il suo racconto, il tessuto veniva mostrato periodicamente e su di esso era visibile la figura di Cristo.


Robert interpreta il telo come il tessuto funerario nel quale Gesù sarebbe stato avvolto dopo la morte.


La sua testimonianza si aggiunge a quelle di Mesarite e Guglielmo di Tiro, documentando la presenza di una tradizione relativa a un telo funerario venerato nella capitale bizantina.


Il racconto di Robert non identifica esplicitamente il telo delle Blacherne con il Mandylion di Edessa. La testimonianza deve quindi essere considerata nel quadro della pluralità delle reliquie costantinopolitane.


8. San Giovanni Damasceno e la tradizione del Mandylion


San Giovanni Damasceno è uno dei principali testimoni della teologia cristiana delle immagini. Nei suoi scritti difende la legittimità della venerazione delle immagini sacre e richiama la tradizione relativa al volto di Cristo impresso su un panno.


Nella narrazione del Mandylion, il Signore imprime miracolosamente la propria immagine su un tessuto e lo invia al re Abgar. L'immagine viene così presentata come una testimonianza diretta della presenza del Salvatore.


La tradizione del Mandylion è legata all'immagine del volto, non alla descrizione di un'intera figura corporea distesa su un telo funerario.


Atti di Taddeo


Il tema del panno ripiegato e della visibilità del solo volto appartiene alla discussione sulla forma materiale del Mandylion e sulla sua rappresentazione. 


A parlare del Mandylion definito con il termine tetradiplon (scritto erroneamente tetefiplon, dal greco ràkos tetràdiplon, che significa "ripiegato quattro volte doppio") è l'antico testo apocrifo cristiano degli Atti di Taddeo, risalente al VI-VII secolo. In epoca moderna, questo concetto è diventato celebre in tutto il mondo grazie allo storico britannico Ian Wilson, che nel 1978 ha formulato una famosa teoria sulla Sacra Sindone.


9. Il Mandylion e la Veronica romana


La tradizione occidentale della Veronica presenta numerosi punti di contatto con quella orientale del Mandylion. Entrambe sono associate a un'immagine del volto di Cristo impressa su un tessuto e venerata come immagine miracolosa.


Il Mandylion è legato alla vicenda di Abgar e alla città di Edessa; la Veronica è legata alla tradizione romana del velo sul quale sarebbe rimasto impresso il volto di Gesù durante la Passione.


Nel corso del Medioevo, i modelli figurativi del volto di Cristo circolarono fra Oriente e Occidente. La diffusione di copie e raffigurazioni favorì la trasmissione di caratteristiche iconografiche comuni.


In particolare, alcune rappresentazioni occidentali del volto santo conservano elementi riconducibili alla tradizione figurativa bizantina, fra cui la disposizione dei capelli e la presentazione frontale del volto su un panno.


Il confronto fra Mandylion e Veronica è pertanto essenziale per comprendere la storia medievale delle immagini sacre. La somiglianza iconografica, tuttavia, non costituisce da sola una prova dell'identità materiale delle reliquie.


10. Il Mandylion e il Volto Santo di Manoppello


La storia del Mandylion e della Veronica offre un contesto importante per lo studio del Volto Santo di Manoppello.


Il confronto riguarda anzitutto le caratteristiche iconografiche del volto di Cristo, la disposizione dei capelli, la barba, la frontalità dell'immagine e il rapporto fra il volto e il supporto tessile.


Questi elementi possono essere esaminati attraverso confronti fra immagini bizantine, raffigurazioni occidentali della Veronica e il Volto Santo di Manoppello.


L'indagine deve distinguere la continuità iconografica dall'identificazione materiale. La prima può essere studiata attraverso la storia dell'arte e la trasmissione dei modelli figurativi; la seconda richiede una documentazione specifica relativa alla provenienza e alla storia di ciascun oggetto.


11. Considerazioni


Il Madrid Skylitzes rappresenta una testimonianza fondamentale per la storia del Mandylion di Edessa. La miniatura del foglio 131r identifica esplicitamente la reliquia come il Santo Mandylion e la raffigura come un panno sul quale compare il volto di Cristo, con frange visibili sui bordi .


Un confronto significativo è offerto dall'icona del monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai, nella quale il Mandylion viene presentato al re Abgar e il tessuto presenta caratteristiche marginali analoghe.


La tradizione figurativa del Mandylion si riconosce inoltre nella diffusione del Volto Santo stilizzato, caratterizzato dal volto frontale e dai capelli lunghi, con una disposizione asimmetrica che ricorre in numerose immagini bizantine e in modelli accolti anche in Occidente.


Le testimonianze di Nicola Mesarite e Guglielmo di Tiro documentano separatamente tessuti associati alla sepoltura di Cristo. Il loro confronto con le fonti relative al Mandylion permette di distinguere la tradizione del panno recante il volto dalla tradizione dei lini funerari (Othonia).


La storia della Veronica romana mostra come il modello del volto miracoloso di Cristo abbia attraversato le frontiere culturali fra Oriente e Occidente, influenzando la produzione artistica medievale.


Nel complesso, la documentazione esaminata sostiene la distinzione storica fra il Mandylion di Edessa e i lini funerari venerati a Costantinopoli. Il Mandylion appartiene alla tradizione dell'immagine del volto di Cristo impressa su un panno, mentre le testimonianze relative alla sindon riguardano tessuti associati alla sepoltura del suo corpo.


12. Considerazioni finali dell'autore


Il Mandylion di Edessa, la Sindone di Torino e il Volto Santo di Manoppello


Alla luce delle mie ricerche, condotte in tanti anni di studio della Sindone di Torino e del Volto Santo di Manoppello, ritengo che il Mandylion di Edessa non possa essere identificato con la Sindone di Torino ripiegata quattro volte doppia, secondo l'ipotesi sostenuta da diversi sindonologi, allo scopo di mostrare soltanto il volto di Gesù.


Le descrizioni di Costantino VII Porfirogenito e di Gregorio il Referendario, considerate insieme alle raffigurazioni medievali che presentano il Mandylion come un drappo di tessuto, mi inducono a ritenere che la reliquia di Edessa fosse un sudario recante l'immagine del solo volto del Salvatore. Le testimonianze relative all'immagine, nelle quali vengono richiamati anche i segni della Passione, costituiscono un elemento importante per comprenderne la natura e la funzione nella tradizione cristiana.


A mio giudizio, il Mandylion deve essere distinto dai lini funerari nei quali, secondo la tradizione cristiana, fu avvolto il corpo di Gesù. Le testimonianze relative alle reliquie custodite a Costantinopoli, insieme alle raffigurazioni del Mandylion, permettono di riconoscere due tradizioni distinte: quella del panno recante il volto di Cristo e quella dei tessuti funerari associati alla sua sepoltura (Othonia).


Considero particolarmente significativo il confronto con il Codice Pray di Budapest e con altre raffigurazioni bizantine che presentano particolari iconografici e tessili riconducibili, secondo la mia interpretazione, alla Sindone oggi conservata a Torino.


Il Codice Pray, realizzato intorno al 1192–1195, rappresenta per me una testimonianza fondamentale. I particolari raffigurati nel manoscritto mi portano a ritenere che la Sindone torinese fosse già conosciuta prima della datazione medievale ottenuta mediante l'esame al radiocarbonio del 1988, che collocò il tessuto nell'intervallo 1260–1390.


Per questa ragione, ritengo che il risultato dell'esame al radiocarbonio non sia attendibile e che la datazione della Sindone debba essere ricondotta a un periodo anteriore, coerente con le testimonianze iconografiche e storiche che ho preso in esame nelle mie ricerche.


La presenza di particolari riconducibili alla Sindone nel Codice Pray, insieme alle altre raffigurazioni bizantine da me studiate, costituisce un elemento essenziale della mia ricostruzione storica. Ritengo che la Sindone di Torino fosse il lenzuolo funerario custodito a Costantinopoli e venerato come uno dei tessuti che avvolsero il corpo di Gesù Cristo.


Un ulteriore elemento fondamentale della mia ricerca riguarda il confronto fra la Sindone di Torino e il Volto Santo di Manoppello.


La perfetta sovrapposizione che riscontro fra l'aspetto della reliquia torinese e il volto visibile sul velo di Manoppello mi porta a formulare l'ipotesi che l'immagine del Volto Santo si sia impressa di riflesso sulla Sindone.


Ritengo che il Volto Santo di Manoppello possa corrispondere al velo della Veronica romana, identificazione sostenuta da numerosi studiosi. Il confronto fra le due reliquie, per le corrispondenze che osservo nella disposizione e nell'aspetto del volto di Cristo, costituisce per me un elemento di particolare importanza nella ricostruzione della storia delle immagini sacre legate alla Passione.


La relazione fra il Mandylion, la Sindone e il Volto Santo deve pertanto essere esaminata distinguendo la tradizione del volto impresso su un panno da quella del lenzuolo funerario. Il Mandylion di Edessa appartiene, secondo la mia interpretazione, alla prima tradizione, mentre la Sindone di Torino appartiene alla seconda.


Il confronto fra le fonti medievali, le raffigurazioni bizantine, il Codice Pray e le caratteristiche del Volto Santo di Manoppello mi porta dunque a sostenere tre conclusioni fondamentali:


1. Il Mandylion di Edessa non è la Sindone di Torino ripiegata quattro volte doppia, ma un sudario sul quale era impresso il solo volto di Cristo.

2. La Sindone di Torino era il lenzuolo funerario custodito a Costantinopoli, come testimoniano, secondo la mia interpretazione, le corrispondenze iconografiche riscontrabili nel Codice Pray e in altre raffigurazioni bizantine. Per questo motivo, considero non attendibile la datazione al radiocarbonio del 1988.

3. Il Volto Santo di Manoppello è collegato direttamente alla Sindone di Torino: la perfetta sovrapposizione che riscontro fra le due immagini mi induce a ritenere che il volto presente sul velo di Manoppello, identificabile a mio giudizio con la Veronica romana, si sia impresso di riflesso sulla Sindone.


Queste sono le conclusioni alle quali sono giunto attraverso tanti anni di studio e di ricerca sulla Sindone di Torino e sul Volto Santo di Manoppello, nel tentativo di ricostruire la storia delle più importanti immagini sacre legate al volto e alla sepoltura di Gesù Cristo.


Integrazione alle considerazioni finali dell'autore


La Veronica, per essere stata considerata nel Medioevo una delle reliquie più importanti della cristianità, in quanto Vera Icona, ci porta a ritenere che fosse il vero sudario del sacro Mandylion di Edessa.


La Sindone di Torino, da non confondere con il sudario del Mandylion di Edessa, trova un riferimento nella rivelazione di Giovanni nel suo Vangelo, dove vengono menzionati i teli funerari e il sudario presenti nel sepolcro di Gesù. La Sindone faceva parte, secondo la mia interpretazione, del corredo funerario costituito dagli othonia e apparteneva quindi alla tradizione dei teli funerari menzionati nelle testimonianze relative alle reliquie custodite a Costantinopoli.


Il Mandylion, invece, era un sudario a sé stante, sul quale era impresso il volto di Cristo. Secondo la tradizione, fu traslato a Roma, come richiamato dalla Tabula Magna Lateranensis, e successivamente associato alla Veronica, che identifico con il Volto Santo di Manoppello.


Questa distinzione consente, nella mia ricostruzione, di separare la storia del sudario recante il volto di Cristo da quella della Sindone funeraria, collocando il Mandylion di Edessa e il Volto Santo di Manoppello all'interno di una medesima tradizione storica e iconografica.


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Bibliografia essenziale


Fonti medievali


- Evagrio Scolastico, Historia ecclesiastica, IV, 27.

- Giovanni Damasceno, De imaginibus e De fide orthodoxa.

- Narratio de imagine Edessena, tradizione relativa alla traslazione del Mandylion a Costantinopoli nel 944.

- Gregorio il Referendario, omelia relativa all'immagine di Edessa.

- Giovanni Scilitze, Synopsis historiarum, Madrid, Biblioteca Nacional de España, MS Vitr. 26-2.

- Nicola Mesarite, testimonianza relativa alle reliquie della cappella imperiale della Vergine del Faro, 1201.

- Guglielmo di Tiro, Chronicon, testimonianza relativa alla visita di Amalrico a Costantinopoli nel 1171.

- Robert de Clari, La Conquête de Constantinople.


Studi moderni


- Betancourt, Roland, «Between Wonder and Omen: Conjoined Twins and the Mandylion from Constantinople to Norman Sicily», Gesta, 62/1, 2023, pp. 23–62.

- Carolla, Pia, L'immagine di Edessa nella Narratio attribuita a Costantino VII Porfirogenito, 2021, pp. 616–631.

- Karaulashvili, Irma, «Abgar Legend: Text and Iconography», Kadmos, 6, 2014, pp. 95–240.

- Murphy, Amanda Clare, «Intertextuality in the Mandylion and Veronica traditions», 2015.

- Nicolotti, Andrea, Dal Mandylion di Edessa alla Sindone di Torino. Metamorfosi di una leggenda, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2011.


Risorse per la consultazione


- "Madrid Skylitzes – Biblioteca Nacional de España" (https://www.bne.es/)

- "Roland Betancourt, studio sul Mandylion nello Skylitzes" (https://doi.org/10.1086/723218)


- "Irma Karaulashvili, Abgar Legend: Text and Iconography" (https://doi.org/10.32859/kadmos/6/95-240)

- "Andrea Nicolotti, Dal Mandylion di Edessa alla Sindone di Torino" (https://iris.unito.it/handle/2318/88865)

lunedì 26 ottobre 2026

«Fa’ risplendere il tuo Volto e noi saremo salvi»

  


Dalle suppliche dei Salmisti alla Risurrezione di Cristo: il mistero del Volto del Messia e la testimonianza dei tre teli


Di Antonio Teseo 

Studioso della Sindone di Torino 

e del Volto Santo di Manoppello 


1. Il Volto di Dio invocato dai Salmisti


Nel cuore della preghiera d'Israele risuona una supplica che attraversa i secoli e che, alla luce della fede cristiana, trova il proprio compimento in Gesù Cristo:


«Fa’ risplendere il tuo volto e noi saremo salvi» (Sal 80,4).


Questa invocazione non esprime soltanto il desiderio di essere liberati dalle sofferenze terrene. Essa manifesta la sete dell'uomo di incontrare Dio, di contemplare la sua presenza e di ricevere da lui la salvezza.


Numerosi Salmi testimoniano questa ricerca del Volto divino.


Nel Salmo 4,8 leggiamo: «Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto». Nel Salmo 27,8 il credente risponde all'invito del Signore: «Il tuo volto, Signore, io cerco». Il Salmo 31,17 implora: «Fa’ splendere il tuo volto sul tuo servo», mentre il Salmo 67,2 domanda che Dio benedica il suo popolo facendo risplendere su di esso il proprio Volto.


Il Salmo 80 ripete più volte la stessa supplica, trasformandola in un grido collettivo di salvezza: «Fa’ risplendere il tuo volto e noi saremo salvi».


Queste preghiere esprimono il desiderio d'Israele di ricevere nuovamente la presenza salvifica di Dio. Non tutte chiedono esplicitamente l'invio del Messia; tuttavia, nella lettura cristiana, esse si inseriscono nella grande attesa della redenzione che attraversa l'Antico Testamento.


Il profeta Daniele, nella sua preghiera per Gerusalemme, invoca il Signore affinché faccia risplendere il proprio Volto sul santuario devastato (Dn 9,17). La benedizione sacerdotale, inoltre, proclama: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia» (Nm 6,25).


Il Volto divino diviene così il segno della benevolenza, della benedizione e della vita che proviene da Dio.


2. Il Volto e il sangue: due segni che richiamano la vita


Nella concezione biblica, il volto e il sangue possiedono significati profondi.


Il volto esprime l'identità della persona, la sua dignità e la possibilità dell'incontro. Cercare il volto di qualcuno significa desiderare una relazione con lui; vedere il volto benevolo del Signore significa sperimentare la sua vicinanza.


Il sangue, invece, viene esplicitamente associato alla vita. Nel Levitico leggiamo: «La vita della carne è nel sangue» (Lv 17,11).


Questa affermazione rivela la sacralità della vita umana, che appartiene a Dio. Il sangue non rappresenta una semplice sostanza corporea, ma richiama la vita ricevuta dal Creatore.


Il volto e il sangue, pur non essendo indicati dalla Scrittura come le uniche fonti della vita, diventano pertanto due segni di grande forza simbolica: il volto manifesta la persona, mentre il sangue richiama la vita che le appartiene.


Alla luce del Nuovo Testamento, questi due elementi assumono un significato cristologico straordinario.


San Paolo definisce Cristo «immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), mentre la Lettera agli Ebrei lo presenta come «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1,3).


Nel Volto di Gesù, il cristiano contempla la manifestazione del Figlio; nel sangue versato sulla croce riconosce il sacrificio della nuova alleanza.


Il Volto invocato dai Salmisti e il sangue atteso come segno della vita si incontrano così nel mistero della Passione e della Risurrezione.


3. Isaia annuncia il Servo sofferente: il Volto sfigurato del Messia


La profezia di Isaia 52,13-15 costituisce uno dei passaggi più significativi per comprendere il rapporto fra il Volto del Messia e la salvezza.


Il profeta annuncia un Servo che viene innalzato ed esaltato, ma il cui aspetto appare sfigurato a causa delle sofferenze.


Isaia scrive che il suo volto è tanto sfigurato da non sembrare più quello di un uomo e che molte nazioni rimangono stupite davanti a lui (Is 52,14-15).


Il quarto canto del Servo del Signore prosegue in Isaia 53, dove il protagonista viene descritto come «uomo dei dolori, che ben conosce il patire» (Is 53,3).


Il Servo porta le sofferenze degli altri, viene trafitto per le loro colpe e offre la propria vita. Il profeta proclama:


«Dalle sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5).


Questa parola illumina profondamente la fede cristiana. Le ferite del Servo non rappresentano soltanto il segno della violenza subita: nella lettura cristologica diventano il segno dell'amore redentore di Cristo.


La frase «Dalle tue ferite siamo stati salvati» esprime dunque il senso spirituale della profezia: la salvezza nasce dal dono di colui che prende su di sé il dolore dell'umanità.


Anche altri passi biblici contribuiscono a delineare questo mistero.


Il Salmo 22 descrive il giusto perseguitato, le sue ferite e la spartizione delle sue vesti. I Vangeli riprendono questi motivi nel racconto della crocifissione (Mt 27,35.46; Gv 19,23-24).


Zaccaria 12,10 annuncia lo sguardo rivolto verso colui che è stato trafitto; il Vangelo secondo Giovanni richiama questa profezia in relazione al costato di Gesù (Gv 19,37).


Isaia 50,6 descrive inoltre il Servo che offre il dorso ai flagellatori e le guance a coloro che lo percuotono.


La lettura cristiana riconosce in queste parole una straordinaria convergenza con la Passione del Signore. La Scrittura non ci consegna un ritratto completo dei suoi lineamenti, ma ci permette di riconoscere l'identità del Messia attraverso le sue sofferenze, il suo amore e la sua vittoria.


4. La Trasfigurazione: il Volto glorioso anticipa la Risurrezione


Prima della Passione, Gesù manifesta ai discepoli la gloria della propria identità divina.


Nel Vangelo secondo Matteo leggiamo che il suo volto «brillò come il sole» e che le sue vesti divennero candide come la luce (Mt 17,2). Marco e Luca raccontano lo stesso evento, sottolineando lo splendore straordinario della persona di Gesù (Mc 9,2-10; Lc 9,28-36).


Accanto a lui appaiono Mosè ed Elia, rappresentanti della Legge e dei Profeti. La voce del Padre proclama:


«Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!» (Mc 9,7).


La Trasfigurazione non coincide ancora con la Risurrezione, ma ne anticipa la gloria. Gesù rivela ai discepoli che il Figlio destinato alla Passione è anche colui che manifesta la gloria del Padre.


Un particolare è decisivo: dopo la visione, Gesù ordina ai discepoli di non raccontare ciò che hanno visto prima che il Figlio dell'uomo sia risorto dai morti (Mt 17,9).


La gloria contemplata sul monte trova dunque nella Pasqua la sua piena comprensione.


Il Volto luminoso del Tabor e il Volto sofferente del Calvario appartengono allo stesso mistero. Il Figlio glorioso è colui che si consegna alla morte per amore dell'umanità. La Risurrezione manifesta che la morte non ha l'ultima parola.


5. Il Redentore ha esaudito le implorazioni dei Salmisti?


Questa è la domanda centrale del nostro studio.


Il Redentore ha esaudito le implorazioni dei Salmisti?


La risposta della fede cristiana è sì.


Il Padre ha manifestato la propria salvezza attraverso Gesù Cristo, il Figlio che assume la nostra condizione umana, attraversa la Passione e risorge dai morti.


La promessa di salvezza non rimane un'attesa indefinita. Essa trova nella Pasqua di Cristo il suo centro e il suo compimento.


San Paolo proclama:


«Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1 Cor 15,14).


La Risurrezione è il fondamento della speranza cristiana. Cristo sconfigge la morte e apre all'umanità la via della vita eterna.


La sua opera redentrice abbraccia l'intera storia. San Paolo mette in relazione Adamo e Cristo, affermando che, come attraverso il primo uomo entrano nel mondo il peccato e la morte, così attraverso Cristo giungono la giustificazione e la vita (Rm 5,12-21).


La tradizione cristiana contempla anche la discesa di Cristo agli inferi, nella quale il Signore raggiunge i giusti che lo hanno preceduto. La Prima lettera di Pietro richiama l'annuncio di Cristo agli spiriti in prigione (1 Pt 3,18-20), mentre la Lettera agli Ebrei ricorda i patriarchi e i giusti antichi che attendono il compimento delle promesse divine (Eb 11,39-40).


I Padri della Chiesa, i profeti, i re fedeli e le generazioni che hanno atteso il Messia appartengono così all'orizzonte universale della redenzione.


La salvezza non è un privilegio limitato a un'epoca storica. È il dono della grazia divina, che trova in Gesù Cristo il suo mediatore e il suo compimento.


6. Il lino consacrato: il Tabernacolo, le vesti sacerdotali e il mistero del sepolcro


Per approfondire il significato dei teli legati alla Passione, è utile soffermarsi sulla presenza del lino nella tradizione biblica (simbolo di Purezza, di Sapienza e di Regalità).


Nel libro dell'Esodo, Dio ordina che il Tabernacolo venga realizzato con teli di lino ritorto, insieme a filati di altri colori e a figure ricamate di cherubini (Es 26,1). Anche il velo che separa il Santo dal Santo dei Santi è realizzato con lino ritorto (Es 26,31).


Il Tabernacolo è il luogo della presenza divina in mezzo al popolo. Il lino, inserito in questo spazio sacro, partecipa alla dignità del santuario e alla solennità del culto.


Anche le vesti sacerdotali sono confezionate con lino fine. Esodo 28 descrive gli abiti destinati ad Aronne e ai suoi figli per il servizio sacerdotale, comprendendo il lino ritorto nella loro realizzazione (Es 28,4-8).


Questi riferimenti offrono un importante sfondo biblico per meditare sul significato dei tessuti nel culto e nella tradizione religiosa d'Israele.


È necessario, tuttavia, distinguere ciò che l'Esodo afferma da ciò che costituisce un'interpretazione successiva: il testo non dichiara che il fine bisso fosse destinato specificamente a coprire il volto di un re o di un sacerdote defunto, né identifica quei tessuti con i reperti cristiani oggi venerati.


La presenza del lino nel santuario e nelle vesti sacerdotali permette però una riflessione teologica: un tessuto destinato a un uso sacro richiama la dignità della persona, la consacrazione e il rapporto fra il visibile e il mistero divino.


In questa prospettiva, il lino che avvolge il corpo di Cristo diventa per il credente un segno particolarmente eloquente della sepoltura del Figlio di Dio.


7. La Sindone di Torino: il corpo sofferente del Redentore


La Sindone di Torino è un lungo telo di lino sul quale appare l'immagine frontale e dorsale di un uomo con segni compatibili con una crocifissione.


La figura richiama le ferite della flagellazione, le lesioni del capo e le tracce di una morte violenta. Per la tradizione cristiana, questi elementi evocano direttamente i racconti evangelici della Passione.


La Sindone non viene identificata esplicitamente nei Vangeli e la sua autenticità storica rimane oggetto di discussione. La ricerca scientifica ha prodotto studi e interpretazioni differenti, senza raggiungere un consenso conclusivo sull'identificazione del corpo raffigurato con quello di Gesù.


Per il credente, tuttavia, la Sindone rappresenta un potente richiamo alla Passione: il corpo che porta i segni della sofferenza diventa occasione per contemplare il prezzo dell'amore redentore.


Il Volto sofferente che appare sul telo richiama le parole di Isaia 52–53 e invita a meditare sul Servo che offre la propria vita per la salvezza dell'umanità.


8. Il Sudario di Oviedo: il sangue legato alla Passione e alla deposizione


Il Sudario di Oviedo è un telo di lino che presenta macchie e tracce biologiche, fra le quali sono state studiate quelle attribuite al sangue umano.


La tradizione legata al reperto lo associa alla Passione di Gesù. Alcuni studiosi ne hanno esaminato le macchie e le pieghe, proponendo una relazione con il capo di un uomo morto e con le ferite descritte nei racconti evangelici.


Nella prospettiva devozionale che propongo in questo studio, il Sudario di Oviedo richiama soprattutto il sangue di Cristo e il momento drammatico della deposizione dalla croce.


Il sangue rimanda alla vita donata e al sacrificio del Figlio. Le macchie sul lino diventano così, per il credente, un invito a contemplare il corpo di Gesù che viene deposto e preparato per la sepoltura.


È importante precisare che non disponiamo di una prova definitiva che il Sudario di Oviedo sia stato usato proprio durante la deposizione di Gesù. Il reperto non reca un'immagine del volto e la sua identificazione storica rimane discussa.


La sua forza spirituale risiede nel richiamo alla Passione, alla concretezza della morte del Signore e al sangue attraverso il quale, secondo la fede cristiana, viene inaugurata la nuova alleanza.


9. Il Volto Santo di Manoppello: il sudario e l'annuncio della Risurrezione


Il Volto Santo di Manoppello presenta un'immagine del volto umano su un tessuto sottilissimo, la cui natura e storia hanno suscitato un ampio interesse religioso e scientifico.


Nella tradizione devozionale, il Volto Santo è collegato alla figura di Gesù e al mistero della sua Risurrezione. La semitrasparenza del tessuto e l'espressione del volto alimentano una contemplazione che unisce la Passione alla gloria del Risorto.


La lettura teologica che propongo è questa: il Volto Santo di Manoppello richiama il sudario del sepolcro e annuncia, attraverso il volto di Cristo, la vittoria della vita sulla morte.


Nel Vangelo secondo Giovanni, Pietro entra nel sepolcro e osserva i teli posati a terra, mentre il sudario che era stato sul capo di Gesù si trova avvolto e collocato separatamente (Gv 20,5-8).


L'evangelista non descrive un'immagine impressa sul sudario e non identifica il telo con quello oggi conservato a Manoppello. L'identificazione appartiene dunque a una lettura devozionale e teologica, non a una dichiarazione esplicita del Vangelo.


Eppure il collegamento spirituale rimane significativo: il sepolcro non è il luogo in cui la vita di Cristo viene definitivamente rinchiusa, ma il luogo dal quale si manifesta il mistero della Risurrezione.


Il volto contemplato a Manoppello diventa così, nella fede, un richiamo al Figlio che attraversa la morte e si manifesta vivente.


La parola di Isaia acquista qui una risonanza particolare:


«Dalle sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5).


Le ferite del Crocifisso e il Volto del Risorto non raccontano due storie differenti. Raccontano l'unico mistero dell'amore di Dio, che assume la sofferenza umana e la trasforma in speranza di vita eterna.


10. I sottili teli funerari nell'antichità cristiana


Il rapporto fra i tessuti e la sepoltura merita anche un riferimento alla storia antica.


Le pratiche funerarie del mondo romano conoscono l'impiego di tessuti di lino e di altri materiali per avvolgere o accompagnare i defunti. Anche nelle necropoli della Roma sotterranea si conservano testimonianze di pratiche di sepoltura che attestano la varietà dei riti e dei materiali utilizzati.


L'idea che i cristiani dei primi secoli impiegassero teli sottilissimi per avvolgere i propri defunti si inserisce in questo contesto storico più ampio. Tuttavia, per affermare che specifici tessuti ritrovati nelle catacombe siano sudari di lino ritorto identici a quelli dell'Esodo, o che riproducano esattamente la pratica funeraria di Gesù, occorrono prove archeologiche puntuali.


Il confronto fra i tessuti antichi, il lino biblico e i reperti venerati dalla tradizione cristiana rimane comunque un campo interessante per comprendere la materialità della sepoltura nel mondo antico.


La fede cristiana non separa il mistero della salvezza dalla realtà del corpo: il Figlio di Dio assume una carne umana, soffre, muore ed entra in una sepoltura reale. Proprio per questo, i teli funerari possono assumere un valore simbolico tanto intenso nella meditazione pasquale.


11. Perché i Vangeli non descrivono le immagini dei teli?


A questo punto nasce una domanda importante: se questi reperti richiamano così profondamente la Passione e la Risurrezione, perché i Vangeli non ne descrivono esplicitamente le immagini?


La risposta parte dal testo evangelico stesso.


I Vangeli non intendono offrire un inventario completo degli oggetti della Passione. Il loro scopo principale è testimoniare la vita, la morte e la Risurrezione di Gesù Cristo.


Giovanni menziona i teli funerari e il sudario trovato nel sepolcro (Gv 20,5-8), ma non afferma che questi tessuti presentino immagini del corpo o del volto di Gesù.


Non è quindi possibile dimostrare, sulla sola base del testo, che gli evangelisti abbiano taciuto l'esistenza di immagini sui teli per evitare persecuzioni da parte delle autorità giudaiche o romane.


La questione delle immagini sacre richiede inoltre una precisazione biblica. Esodo 20,4-5 proibisce di fabbricare idoli e di adorarli come divinità. Il divieto riguarda l'idolatria, cioè la sostituzione del Dio vivente con ciò che è creato dall'uomo.


La tradizione cristiana distingue l'adorazione, riservata soltanto a Dio, dalla venerazione delle immagini sacre, che rimandano alla persona rappresentata.


La venerazione di un telo non comporta dunque, in sé, la sostituzione di Dio con un oggetto materiale. Per il credente, la reliquia costituisce un richiamo alla persona di Cristo e al mistero della sua salvezza.


Rimane essenziale, però, distinguere la venerazione religiosa dall'accertamento storico: la fede può contemplare un reperto come segno della Passione senza trasformare ogni tradizione relativa alla sua origine in un fatto dimostrato.


12. Il Volto del Risorto e la speranza dell'umanità


Il percorso iniziato con le suppliche dei Salmisti giunge così al suo centro.


Israele invoca il Volto del Signore. Isaia annuncia il Servo sofferente. Gesù manifesta la propria gloria nella Trasfigurazione, affronta la Passione e risorge dai morti.


La fede cristiana riconosce in questo itinerario il compimento della promessa di salvezza.


La Sindone di Torino richiama il corpo sofferente del Redentore. Il Sudario di Oviedo richiama il sangue e la deposizione. Il Volto Santo di Manoppello, nella lettura devozionale qui proposta, richiama il volto del Risorto e l'annuncio della vita che vince la morte.


Questi tre reperti non possiedono lo stesso carattere materiale e non presentano tutti un'immagine del volto. La loro unione appartiene soprattutto a un percorso di contemplazione che collega il corpo, il sangue, il sepolcro e la gloria pasquale.


Il Volto di Cristo diventa così il centro di una riflessione che abbraccia l'intera storia della salvezza.


Non è soltanto il volto di un uomo che ha sofferto. È il volto del Figlio che rivela il Padre, ama fino alla fine e apre all'umanità la speranza della vita eterna.


Conclusione: i teli e la Sapienza dello Spirito Santo


I teli che oggi veneriamo ricalcano, nella lettura credente, i racconti evangelici della Passione, della sepoltura e della Risurrezione di Gesù Cristo.


Per un cristiano questo legame è importante, perché i Vangeli sono ispirati dalla Sapienza dello Spirito Santo e costituiscono la testimonianza apostolica fondamentale del mistero pasquale.


La fede non dipende dall'obbligo di riconoscere ogni reliquia come autentica. Essa si fonda su Gesù Cristo, morto e risorto, nel quale il Padre ha manifestato la propria salvezza.


La Sindone, il Sudario di Oviedo e il Volto Santo di Manoppello accompagnano la contemplazione di questo mistero e invitano il credente a ritornare alla Parola di Dio.


La domanda dei Salmisti conserva così tutta la sua forza:


«Fa’ risplendere il tuo volto e noi saremo salvi».


La risposta della fede cristiana risuona nella Pasqua: il Padre manifesta la sua gloria nel Figlio, il Servo sofferente diventa il Signore risorto e la morte non ha più l'ultima parola.


Il Volto invocato nei Salmi diventa, per il cristiano, il Volto di Gesù Cristo: colui che porta le nostre ferite, dona la propria vita e apre all'umanità la via della salvezza eterna.


Riferimenti biblici per l'approfondimento dello studio


- Salmo 80,4.8.20 – «Fa’ risplendere il tuo volto e noi saremo salvi»: l'invocazione della presenza salvifica di Dio.

- Isaia 52,13–53,12 – Il Servo sofferente, il cui sacrificio porta la salvezza: «Dalle sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5).

- Giovanni 20,1-9 – La tomba vuota, i teli funerari e il sudario: la testimonianza evangelica che accompagna l'annuncio della Risurrezione.

- Matteo 17,1-9 – La Trasfigurazione di Gesù: il Volto glorioso che anticipa la vittoria pasquale.

- Esodo 26,1-31 e 28,4-8 – Il lino ritorto nel Tabernacolo e nelle vesti sacerdotali.

- Romani 5,12-21 e 1 Corinzi 15,20-22 – Cristo, nuovo Adamo, e la vittoria sulla morte.


Il Volto Santo fotografato con diverse condizioni di illuminazione: 


Nella prima figura si osserva la macchia sul setto nasale, delimitata da un bordo che evoca una fase di coagulo; nella seconda la ferita appare in una fase di transizione o rimarginazione; nella terza la lesione si mostra infine come cicatrizzata, evidenziando una crosta. Nell'ultima figura si può osservare l'immagine che sparisce del tutto in controluce con i colori che non fanno più corpo sul telo.


Queste mutevoli sfumature visive offrono una suggestione profonda, quasi a richiamare idealmente il significato spirituale della frase: 

«Dalle sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5).


​Nota Tecnica


​L'effetto ottico del bisso: 

Queste variazioni d'aspetto non sono dovute a un mutamento materiale della reliquia, ma alle particolari proprietà fisiche del fine bisso lino ritorto (l'antico tessuto finissimo e traslucido ebraico su cui è impresso il volto).  


​Luce trasmessa e riflessa: 


A seconda che la luce colpisca il velo frontalmente o lo attraversi da dietro, la semitrasparenza del tessuto altera la percezione dei dettagli anatomici, generando un effetto dinamico unico, che fa sembrare l'immagine quasi vivente.

venerdì 23 ottobre 2026

Ricerche storiche-scientifiche


Il Mandylion di Edessa, la Veronica e il Volto Santo di Manoppello: le testimonianze medievali a confronto


Di Antonio Teseo 

Studioso della Sindone di Torino 

e del Volto Santo di Manoppello 


1. La descrizione del Mandylion nella Narratio de imagine Edessena


La Narratio de imagine Edessena, legata alla traslazione del Mandylion da Edessa a Costantinopoli nel 944, tramanda una descrizione eccezionalmente precisa della formazione dell'immagine di Cristo e della sua conservazione nel tempo.


Il testo afferma:


«.«ma riguardo al motivo di come, da un'umidità liquida, senza colori e senza l'arte della pittura, la forma del volto si sia delineata nel tessuto di lino, e di come la materia così corruttibile non abbia subito corruzione con il tempo, e quanti altri interrogativi chi specula naturalmente sulle cose suole investigare con curiosità, sappia cedere all'inaccessibile sapienza di Dio».»


La descrizione riunisce tre caratteristiche fondamentali: la formazione del volto senza colori né pittura, il suo manifestarsi direttamente sul tessuto e l'incorruttibilità della materia nonostante il trascorrere del tempo.


L'autore non si limita a definire l'immagine acheiropoietos, cioè non fatta da mano umana. Affronta esplicitamente il problema di come un'immagine possa formarsi senza procedimenti pittorici e di come il suo supporto possa conservarsi in modo straordinario.


2. Giovanni XXII e il Salve, Sancta Facies


Un parallelismo significativo emerge dall'inno medievale Salve, Sancta Facies, legato alla venerazione della Veronica custodita nella basilica di San Pietro e alla tradizione delle indulgenze associate a papa Giovanni XXII.


Il testo latino recita:


..«Salve gemma nobilis, vera margarita,

celicis virtutibus perfecta munita,

non depicta manibus, sculpta nec polita,

hoc scit summus artifex qui te fecit ita.»..


Traduzione:


«Salve, gemma nobile, vera perla, perfetta e protetta dalle virtù celesti; non dipinta da mani umane, né scolpita né levigata: lo sa il sommo Artefice che ti ha fatta così».


L'inno prosegue:


..«Ille color celicus qui in te splendescit

in eodem permanet statu, non decrescit

diuturno tempore minime palescit

fecit te rex glorie qui fallere nescit.»..


Traduzione:


«Quel colore celeste che risplende in te rimane nel medesimo stato, non diminuisce; con il trascorrere del tempo non impallidisce affatto: ti ha fatto il Re della gloria, che non può ingannare».


Il confronto con la Narratio è immediato: entrambe le testimonianze escludono la normale produzione artistica e attribuiscono all'immagine una conservazione eccezionale. La fonte bizantina insiste sulla formazione del volto senza colori e sull'incorruttibilità della materia; l'inno latino sulla natura non dipinta dell'effigie e sulla permanenza del suo colore.


3. Le immagini romane e la questione della corrispondenza materiale


La Veronica custodita a San Pietro e il pannello dell'Acheropita del Sancta Sanctorum sono venerate come immagini non realizzate da mano umana. Il loro stato attuale, tuttavia, presenta una differenza significativa rispetto alle descrizioni medievali.


La Veronica vaticana non offre oggi un'immagine del volto chiaramente leggibile nelle condizioni in cui è accessibile all'osservazione. Il pannello del Sancta Sanctorum, conserva un'immagine deteriorata la cui superficie e il cui aspetto sono stati modificati da rivestimenti e interventi succedutisi nel tempo.


In entrambi i casi, dunque, non è possibile riconoscere pienamente nell'aspetto attuale tutte le caratteristiche descritte dalle fonti: un'immagine senza pittura convenzionale, dal colore persistente e associata all'incorruttibilità del supporto.


Questa discrepanza pone una questione storica precisa: fino a che punto i manufatti oggi conservati corrispondono materialmente alle immagini descritte nelle testimonianze medievali? La continuità del culto non coincide necessariamente con la dimostrazione dell'identità materiale della reliquia.


4. Il Volto Santo di Manoppello: il rapporto fra immagine, tessuto e luce


Il velo venerato a Manoppello presenta caratteristiche che rendono particolarmente interessante il confronto con le due testimonianze medievali.


L'immagine è visibile su un supporto estremamente sottile e trasparente. Le osservazioni microscopiche e ottiche evidenziano una struttura tessile superficiale e un comportamento della luce nel quale riflessione, trasmissione e diffusione luminosa concorrono alla percezione del volto. L'immagine non presenta i caratteri ordinari di uno strato pittorico riconoscibile sovrapposto al tessuto.


Queste proprietà richiamano direttamente la descrizione della Narratio: un volto che si manifesta sul lino senza colori e senza l'arte della pittura. Il confronto con il Salve, Sancta Facies riguarda invece l'immagine non dipinta da mani umane e la sua persistente leggibilità.


Anche il tema dell'incorruttibilità assume rilievo. Il volto di Manoppello rimane riconoscibile attraverso il velo, benché la permanenza dell'immagine non equivalga all'assenza assoluta di qualsiasi alterazione fisica del supporto. È la continuità visiva del volto, unita alle proprietà ottiche del tessuto, a costituire il principale elemento di interesse.


5. La convergenza delle testimonianze


Le fonti medievali e le caratteristiche osservabili del Volto Santo convergono su alcuni aspetti specifici:


- Origine acheropita: l'immagine non è attribuita a una normale esecuzione artistica.


- Assenza di pittura convenzionale: la Narratio parla di un volto formatosi senza colori; il Salve, sancta facies dichiara che l'effigie non è dipinta da mani umane.


- Relazione con il tessuto: nella Narratio il volto si delinea su un panno di lino; a Manoppello l'immagine è visibile su un Sudario di finissimo bisso lino ritorto.


- Permanenza nel tempo: la fonte bizantina descrive una materia che non subisce corruzione, mentre l'inno latino celebra un colore che non impallidisce.


La Veronica di San Pietro e l'Acheropita del Sancta Sanctorum, pur appartenendo dunque alla tradizione delle immagini acheropite, non presentano oggi in modo pienamente verificabile tutte le caratteristiche descritte nei testi. Il Volto Santo di Manoppello offre invece un termine di confronto concreto per lo studio del rapporto fra immagine, struttura tessile e luce.


Questa convergenza rende il velo abruzzese particolarmente interessante per la ricerca storico-filologica sulle immagini sacre. Il confronto non si fonda soltanto sulla somiglianza iconografica, ma su una combinazione di caratteristiche descritte nelle fonti medievali e riscontrabili, sotto aspetti specifici, nel reperto sacro.


Oltre i segni del tempo: perché polvere, petali, fumi di candela, cera e ritocchi non fanno una pittura


Di Antonio Teseo 

Studioso della Sindone di Torino 

e del Volto Santo di Manoppello 


L'osservazione mossa sulla millenaria storia del telo è di un'estrema lucidità storiografica e materiale: trattandosi di un'effigie antichissima, esposta per secoli alla devozione popolare, ai fumi delle candele, al contatto e a particolari pratiche devozionali (come maneggiamenti, l'offerta di petali di rosa, candele accese o l'accumulo di polvere e terriccio e quant'altro), è perfettamente plausibile trovare oggi tracce di ossidazioni, aloni o micro-incrostazioni (che possono virare al grigio, rosso o al verdognolo).

Tuttavia, proprio analizzando questi elementi alla luce della scienza dei materiali, emerge la prova definitiva del fatto che il Volto Santo non è, e non può essere, un dipinto.

Ecco perché la presenza di queste alterazioni storiche non scalfisce, ma anzi rafforza la tesi della sua unicità:


1. Patina ambientale e residui organici vs. Tecnica pittorica


Nel corso dei secoli, oggetti di culto come questo hanno accumulato una complessa "patina" storica. I residui di petali di rosa putrefatti, la polvere le cere e il terriccio possono indubbiamente lasciare macchie chimiche, ossidazioni e variazioni cromatiche (come incrostazioni in toni grigi rossastri o verdastri citati).


La differenza fondamentale: 

Una macchia causata da un petalo ossidato o da polvere sedimentata è un deposito accidentale ed estrinseco, non un'opera d'arte.

Un dipinto richiede un progetto, un legante (colla, olio, tempera) e un pigmento steso intenzionalmente dal pennello di un artista per delineare luci, ombre e tratti somatici con precisione anatomica. I residui organici o la terra sporcano o macchiano la superficie; non creano un volto tridimensionale, anatomicamente coerente e simmetrico.


2. Il limite dei possibili "ritocchi" storici


È storicamente plausibile che in epoca remota qualcuno abbia tentato di ricalcare o ravvivare alcuni tratti di un'icona così venerata, spinto dalla devozione. Tuttavia, anche ammettendo la presenza di limitati interventi di restauro o ritocco umano:

Un restauratore o un pittore del passato avrebbe utilizzato i materiali della sua epoca (pigmenti a base minerale o vegetale legati con oli o colle). Le analisi scientifiche avanzate, invece, non rilevano strati di pittura continua né leganti tradizionali nei tratti fondamentali del volto.

Un ritocco può coprire o ispessire una zona, ma non può replicare il fenomeno fisico per cui l'immagine si forma esclusivamente sulle micro-fibrille superficiali del bisso senza penetrare nel cuore del filato.


3. La prova del nove: l'anomalia ottica resiste allo sporco


Se l'immagine fosse il risultato di una pittura tradizionale (magari aiutata o alterata da incrostazioni di terriccio e petali), fallirebbe clamorosamente il test ottico fondamentale che caratterizza il Volto Santo: la totale scomparsa dell'immagine in controluce.

Le macchie di terriccio, i residui organici o i pigmenti pittorici densi bloccherebbero, con opacizzazioni, la luce o lascerebbero comunque una traccia visibile anche se attraversati dai fotoni.


Il fatto che l'immagine svanisca completamente in controluce, rivelando la trasparenza diafana del bisso, dimostra che la struttura visibile non è uno strato aggiunto sopra il tessuto (che si tratti di colore o di sporco ossidato), ma è una modificazione intrinseca e superficiale della fibra stessa.


In definitiva 


Le tracce di terriccio, i pigmenti ossidati dai petali di rosa e i possibili ritocchi secolari raccontano semplicemente la storia travagliata di una reliquia venerata per millenni. Ma sono solo rumore di fondo storico.

Il cuore dell'immagine — la sua genesi puramente fibrillare, l'assenza di leganti, la bidimensionalità superficiale e la trasparenza alla luce — rimane un enigma impenetrabile per la storia dell'arte. Per quanto la reliquia possa aver subito l'usura del tempo e l'interazione con l'ambiente, non possiede alcuna delle caratteristiche chimiche e strutturali di un dipinto, confermandosi un reperto sacro che sfugge a qualsiasi categoria umana conosciuta.

Il confronto e la sovrapposizione tra i teli "S. Sindone di Torino - Volto Santo di Manoppello": la mia analisi visiva

In questa elaborazione ho voluto mettere a confronto diretto i due teli più straordinari della tradizione cristiana, evidenziando una connessione visiva e geometrica sbalorditiva.

A sinistra: 

Ho inserito il negativo fotografico dell'aspetto sindonico, che rivela i tratti del volto con una nitidezza straordinaria.

Nella terza immagine a destra: 

Mostro l'aspetto reale "ma riflesso" del reperto torinese, così come appare direttamente sul lino alla luce riflessa.

Al centro: 

Possiamo osservare il risultato della mia elaborazione, ottenuto sovrapponendo il Volto Santo di Manoppello alla Sindone.

Il significato dell'immagine centrale

In questa composizione ho voluto isolare la trasparenza del velo in luce trasmessa, osservabile attraverso la tonalità acquamarina.

Ciò che emerge chiaramente sono i lineamenti in positivo del volto di Gesù: la mia chiave di lettura è che, nell'attimo della resurrezione, questi tratti avrebbero potuto rendersi visibili in trasparenza grazie a un rapporto diretto e geometrico tra la distanza di questi aspetti del volto e il telo.

Elaborazione realizzata da Antonio Teseo, esperto in grafica informatica



mercoledì 21 ottobre 2026

LA VERONICA: DALLE ORIGINI EVANGELICHE ALLA LEGGENDA MEDIEVALE



 LA VERONICA: DALLE ORIGINI EVANGELICHE ALLA LEGGENDA MEDIEVALE


Ricostruzione storico-documentaria dell'emorroissa, dell'immagine acheropita e delle reliquie romane


Di Antonio Teseo

Studioso della Sindone di Torino 

e del Volto Santo di Manoppello 


Introduzione — Una tradizione formatasi nel corso dei secoli


La tradizione della Veronica, la donna che avrebbe asciugato con un panno il volto di Gesù durante la salita al Calvario, è il risultato di una stratificazione di racconti, tradizioni reliquiarie e interpretazioni devozionali sviluppatesi nel corso di molti secoli.


Nessuno dei quattro Vangeli canonici racconta l'episodio della Veronica durante la Via Crucis. La sua storia si sviluppa attraverso la confluenza di tradizioni differenti: la donna guarita da Gesù, identificata con Berenice o Veronica; l'immagine di Cristo posseduta dalla donna; le immagini acheropite venerate a Roma; i sudari attribuiti al capo e al volto di Cristo; infine, la scena medievale dell'incontro durante la salita al Calvario.


La ricerca prende in considerazione anche le testimonianze di Eusebio di Cesarea, Arculfo, Beda, il Liber Pontificalis, Pietro Diacono, Giovanni Diacono, Petrus Mallius, la Descriptio ecclesiae Lateranensis, la Tabula Magna Lateranensis e la Legenda Aurea.


Il presupposto dell'autore è che le leggende possano contenere un fondo di verità e conservare, attraverso successive trasformazioni, il ricordo di persone, luoghi, oggetti venerati e tradizioni precedenti.


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1. Eusebio di Cesarea: l'emorroissa e la statua di Cesarea di Filippo


Nel IV secolo Eusebio di Cesarea, nella Storia ecclesiastica, VII, 18, descrive un monumento in bronzo che si trovava a Cesarea di Filippo.


Secondo la tradizione locale, una statua rappresentava la donna guarita da Gesù dalle perdite di sangue e Cristo stesso. Eusebio afferma di aver visto personalmente il monumento.


Il riferimento rinvia all'emorroissa dei Vangeli, in particolare Marco 5,25-34, che guarì toccando il lembo della veste di Gesù.


La donna evangelica è anonima. In questa testimonianza non compaiono ancora né il sudario né la scena della Veronica durante la salita al Calvario.


Fonte: Eusebio di Cesarea, Historia ecclesiastica, VII, 18; prima metà del IV secolo.


2. Berenice e Veronica: la tradizione apocrifa


Negli Acta Pilati e nel Vangelo di Nicodemo, attraverso redazioni sviluppatesi fra l'antichità tarda e l'alto Medioevo, la donna guarita da Gesù viene associata al nome Berenice o Beronice, successivamente collegato a Veronica.


Si forma così il collegamento fra l'emorroissa evangelica e il personaggio che, nella tradizione successiva, sarà associato all'immagine di Cristo.


In questa fase non è ancora necessario che la donna possieda il panno sul quale compare miracolosamente il volto di Gesù.


3. La Cura sanitatis Tiberii: Veronica possiede un'immagine


La Cura sanitatis Tiberii, composta secondo le datazioni proposte fra il V e il VII secolo e trasmessa da manoscritti medievali, introduce un elemento fondamentale.


L'imperatore Tiberio è gravemente malato e invia Volusiano in Palestina per cercare Gesù. L'emissario scopre che Cristo è già morto e incontra Veronica, che possiede una sua immagine.


Il panno viene portato all'imperatore e associato alla sua guarigione.


Veronica diventa così la custode di un'immagine di Cristo, destinata a essere trasferita a Roma.


4. La Vindicta Salvatoris e la Mors Pilati


La Vindicta Salvatoris, sviluppatasi fra l'alto Medioevo e le successive redazioni medievali, amplia la vicenda di Volusiano, del trasferimento dell'immagine a Roma e della guarigione di Tiberio.


La Mors Pilati, appartenente al medesimo ciclo narrativo, contribuisce allo sviluppo del racconto dell'origine miracolosa dell'immagine.


Si delineano progressivamente due motivi: Veronica possiede un'immagine di Gesù e il volto di Cristo può essere rimasto impresso sul tessuto senza l'intervento di un pittore.


5. L'immagine acheropita: Cristo autore della propria immagine


Il termine greco acheiropoíētos significa «non fatto da mano umana».


La tradizione attribuisce ad alcune immagini sacre un'origine miracolosa, collegandole direttamente a Cristo. Fra queste tradizioni rientrano l'immagine di Edessa, l'acheropita del Salvatore venerata al Laterano e la Veronica di San Pietro.


La storia di queste immagini si sviluppa attraverso tradizioni differenti, che nel corso dei secoli vengono progressivamente associate al volto di Cristo.


Considerazioni dell'autore sull'acheropita come modello originario


La mia ricerca suggerisce che la reliquia romana denominata Acheropsita possa essere stata considerata non soltanto un'immagine miracolosa, ma anche un modello autorevole per la tradizione iconografica cristiana.


Ritengo possibile che tale immagine, giunta dall'Oriente, fosse considerata un riferimento privilegiato per le altre icone riconosciute come acheropite. La sua autorità sarebbe derivata dalla convinzione che il volto raffigurato non fosse il risultato di un'opera umana, ma conservasse un rapporto diretto con Cristo.


Secondo la mia interpretazione, le altre immagini avrebbero potuto ispirarsi a un modello venerato e santificato secondo un canone riconosciuto dalla Chiesa attraverso i suoi concili.


In questa prospettiva, l'acheropita romana avrebbe costituito un riferimento originario per la produzione e la venerazione di altre immagini sacre.


Il II Concilio di Nicea del 787 rappresenta una tappa fondamentale nella storia della venerazione delle immagini cristiane.


6. Papa Stefano II e l'Acheropsita del Laterano nel 756


Il Liber Pontificalis, nella biografia di papa Stefano II, riferisce che nel 756, durante la minaccia longobarda, il pontefice organizzò una processione penitenziale portando sulle spalle un'immagine del Salvatore indicata con la denominazione Acheropsita.


L'episodio è collegato alla protezione di Roma e alla venerazione dell'immagine sacra del Salvatore.


Considerazioni dell'autore sul termine Acheropsita


La mia ricerca attribuisce particolare importanza alla parola latina Acheropsita, riportata nel Liber Pontificalis in relazione alla reliquia portata sulle spalle da papa Stefano II.


Ritengo che la forma Acheropsita, anziché Acheropita, possa contenere un'indicazione significativa circa la natura e la provenienza della reliquia.


La mia ipotesi è che questa denominazione alluda a un'immagine giunta dall'Oriente, considerata un modello originario e autorevole per le altre immagini acheropite.


Secondo la mia interpretazione, la reliquia portata in processione nel 756 sarebbe stata riconosciuta come un'immagine privilegiata del volto di Cristo e avrebbe potuto costituire il riferimento dal quale derivarono altre raffigurazioni sacre.


La mia ricerca suggerisce inoltre che tale immagine potesse essere collegata a una tradizione orientale nella quale le immagini sacre venivano considerate conformi a un modello riconosciuto e santificato dalla Chiesa.


7. L'acheropita lateranense e le sue raffigurazioni


L'immagine del Salvatore venerata al Laterano divenne protagonista di successive processioni romane e fu riprodotta in numerose copie pittoriche.


Le raffigurazioni nelle chiese, comprese quelle realizzate sulle pareti mediante affreschi, contribuirono alla diffusione del culto dell'immagine e alla conservazione della sua memoria.


Lo studio delle copie permette di seguire la circolazione del modello iconografico del Salvatore nell'arte medievale.


Considerazioni dell'autore sulla tavola del Sancta Sanctorum


La mia ricerca distingue l'immagine portata in processione da Stefano II nel 756 dalla tavola oggi conservata nel Sancta Sanctorum del Laterano.


Secondo le informazioni storico-artistiche da me prese in considerazione, la tavola conservata nel Sancta Sanctorum sarebbe un'immagine deteriorata, probabilmente realizzata nell'ambiente romano fra il VI e il VII secolo.


La mia ipotesi è che l'acheropita portata in processione da Stefano II non debba necessariamente coincidere con la tavola oggi conservata nel Sancta Sanctorum.


Ritengo possibile che l'immagine chiamata Acheropsita, venerata come il Santo dei Santi, fosse una reliquia distinta, giunta dall'Oriente e conservata a Roma prima di essere eventualmente trasferita in un altro luogo.


8. Arculfo e Beda: il sudario del capo di Cristo


Nel VII secolo il pellegrino Arculfo raccolse tradizioni relative ai luoghi santi, trasmesse da Adomnán nel De locis sanctis, composto intorno al 680.


Beda riprese successivamente tradizioni sui sudari e sui tessuti sacri nel suo Liber de locis sanctis, in particolare nel capitolo IV, dedicato al sudario del capo del Signore e a un altro telo attribuito a santa Maria.


Queste testimonianze costituiscono un importante riferimento per la storia delle tradizioni relative ai tessuti associati alla sepoltura di Cristo.


Il libellus menzionato da Baronio e la tradizione della traslazione romana


Negli Annales Ecclesiastici, all'anno 34, § 138, Cesare Baronio menziona un antico libellus manoscritto, conservato nella Biblioteca Vaticana, relativo alla traslazione a Roma del sacro velo. Il riferimento viene ripreso dai Bollandisti negli Acta Sanctorum, nella trattazione dedicata a santa Veronica del 4 febbraio.


Questa testimonianza è particolarmente importante per la presente ricerca, poiché documenta l'esistenza di una tradizione manoscritta sulla traslazione romana della reliquia e permette di approfondire il rapporto fra il sudario di Cristo e la Veronica.


Considerazione dell'autore: nella mia interpretazione, questo libellus merita un confronto diretto con le testimonianze relative al sudario sepolcrale, al telo conservato al Laterano e alla reliquia venerata a San Pietro. La possibilità che tradizioni originariamente distinte siano state progressivamente identificate con un unico sudario traslato a Roma costituisce un'ipotesi centrale della mia ricerca.


Molano, Thomas Stapleton e la lettura integrale dell'antico libellus


Johannes Molanus (Jean Molano), nel quarto libro del De historia SS. imaginum et picturarum, capitolo 2, riferisce che Thomas Stapleton, erudito inglese del XVI secolo, aveva letto integralmente l'antico libellus menzionato da Baronio, descritto come redatto in caratteri antichissimi.


La testimonianza viene ripresa dai Bollandisti negli Acta Sanctorum, nella trattazione di santa Veronica del 4 febbraio. Gli autori esprimono il desiderio di poter consultare e pubblicare quel commentario, la cui perdita cercano di compensare attraverso altre testimonianze.


Considerazione dell'autore: ritengo che questa notizia sia importante per la mia ricerca, perché attesta la circolazione, nell'ambiente erudito del XVI secolo, di una testimonianza più ampia sulla tradizione della traslazione della Veronica a Roma. Il confronto fra il libellus ricordato da Baronio, la testimonianza di Molano e la lettura integrale attribuita a Stapleton potrebbe offrire ulteriori elementi per studiare l'identificazione medievale fra il sudario di Cristo e la reliquia romana venerata come Veronica.


9. Giovanni Diacono e la Descriptio ecclesiae Lateranensis


La Descriptio ecclesiae Lateranensis, associata a Giovanni Diacono e dedicata a papa Alessandro III, il cui pontificato si svolse dal 1159 al 1181, descrive le reliquie custodite nella basilica lateranense.


Fra queste compare il sudario che sarebbe stato posto sul capo di Cristo, descritto come uno dei cinque teli nei quali il suo corpo sarebbe stato avvolto:


«Sudarium quod fuit super caput eius, quod est unum de quinque linteaminibus quibus sanctissimum corpus eiusdem Domini nostri fuit involutum».


Traduzione: «Il sudario che fu posto sul suo capo, che è uno dei cinque teli nei quali fu avvolto il santissimo corpo del medesimo Signore nostro».


La descrizione collega il tessuto alla sepoltura di Cristo e alla memoria delle reliquie custodite nel Laterano.


Considerazioni dell'autore sul sudario lateranense


La mia ricerca attribuisce particolare importanza alla testimonianza di Giovanni Diacono, perché descrive un sudario che sarebbe stato posto sul capo di Cristo e lo identifica come uno dei cinque teli nei quali il corpo del Signore sarebbe stato avvolto.


Ritengo che questa testimonianza debba essere considerata insieme alle altre fonti relative alle reliquie del Laterano e alla storia dell'acheropita.


La mia ipotesi è che il sudario del capo di Cristo, ricordato nella Descriptio ecclesiae Lateranensis, possa essere la reliquia del Salvatore portata in processione da Stefano II.


Ritengo inoltre possibile che tale sudario sia stato trasferito successivamente dal Laterano alla basilica di San Pietro, dove sarebbe stato associato alla Veronica.


10. La Tabula Magna Lateranensis: il sudario fra le reliquie


La Tabula Magna Lateranensis, iscrizione musiva medievale, ricorda il sudario attribuito al capo di Cristo.


Fra le reliquie menzionate compare la formulazione:


«Item sunt ibi sudarium quod fuit super caput eius».


Traduzione: «Inoltre vi si trova il sudario che fu posto sul suo capo».


La testimonianza si inserisce nella memoria reliquiaria del Laterano e richiama la descrizione trasmessa da Giovanni Diacono.


Considerazioni dell'autore sulla Tabula Magna Lateranensis


La mia ricerca considera la Tabula Magna Lateranensis una testimonianza importante della presenza, nella memoria reliquiaria del Laterano, del sudario attribuito al capo di Cristo.


Il confronto con la Descriptio ecclesiae Lateranensis mi suggerisce che la tradizione del sudario lateranense fosse sufficientemente consolidata da essere ricordata in più testimonianze medievali.


Ritengo pertanto che la storia di questo sudario debba essere ricostruita parallelamente a quella dell'acheropita e della Veronica di San Pietro.


La mia ipotesi è che il sudario conservato nella tradizione lateranense possa essere stato trasferito in seguito a San Pietro e che, nel corso dei secoli, sia stato identificato con la reliquia chiamata Veronica.


11. Pietro Diacono: il sudario chiamato Veronica


Nel XII secolo Pietro Diacono scrive:


«Sudarium vero, cum quo Christus faciem suam extersit, quod ab aliis Veronyca dicitur, tempore Tiberii Caesaris Romae delatum est».


Traduzione: «Il sudario con il quale Cristo asciugò il proprio volto, che da altri è chiamato Veronica, fu portato a Roma al tempo dell'imperatore Tiberio».


Il passo collega il sudario, il volto di Cristo, il nome Veronica e il trasferimento a Roma.


La formulazione presenta una tradizione nella quale è Cristo stesso ad asciugare il proprio volto.


12. Petrus Mallius e la Veronica di San Pietro


Verso la metà del XII secolo Petrus Mallius, nella Descriptio basilicae Vaticanae, descrive un oratorio chiamato Veronica, nel quale sarebbe custodito il sudario di Cristo.


Mallius associa il panno al sudore di sangue del Getsemani, quando Gesù si trovava in agonia prima dell'arresto.


Questa tradizione collega quindi il sudario al Getsemani e non necessariamente alla salita verso il Calvario.


Integrazione — Petrus Mallius, il Getsemani e il Sacro Mandylion


Petrus Mallius, verso il 1160, associa il sudario di Cristo al sudore di sangue del Getsemani, quando Gesù si trovava in agonia prima dell'arresto. Questa descrizione assume particolare interesse se confrontata con le testimonianze bizantine relative al Sacro Mandylion di Edessa, trasferito a Costantinopoli nel 944.


Nella tradizione bizantina, Gregorio il Referendario, nell'omelia pronunciata in occasione dell'arrivo del Mandylion a Costantinopoli, e l'imperatore Costantino VII Porfirogenito, attraverso la tradizione letteraria relativa alla traslazione della reliquia, contribuiscono a sviluppare il significato teologico dell'immagine e il suo rapporto con la Passione di Cristo.


Il confronto fra queste testimonianze e la descrizione di Petrus Mallius offre un ulteriore elemento per la ricerca: sia nella tradizione romana sia in quella bizantina, il telo viene collegato a momenti della Passione e alla manifestazione miracolosa del volto di Cristo.


12 bis. L'oratorio di Giovanni VII, Santa Maria in Beronica e le prime testimonianze della Veronica a San Pietro


1. Giovanni VII e l'oratorio della Vergine (705-707)


Durante il pontificato di Giovanni VII (705-707) venne realizzato, nell'antica basilica di San Pietro in Vaticano, un oratorio dedicato alla Vergine, decorato con mosaici e scene della vita di Cristo, della Vergine e degli apostoli Pietro e Paolo.


Il Liber Pontificalis ricorda l'intervento del pontefice, mentre i disegni e le descrizioni realizzati da Giacomo Grimaldi all'inizio del XVII secolo permettono di ricostruire in parte l'aspetto della cappella, demolita durante la ricostruzione della basilica.


La decorazione comprendeva una raffigurazione centrale della Vergine, affiancata dal pontefice offerente, e un ciclo di episodi cristologici.


L'oratorio è importante per la storia della Veronica perché, nei secoli successivi, lo spazio circostante risulta associato alla denominazione Beronica o Veronica.


2. Benedetto di Sant'Andrea e il Chronicon (fine X secolo)


Una delle prime attestazioni medievali del nome Veronica in relazione a San Pietro si trova nel Chronicon del monaco Benedetto di Sant'Andrea, composto nella seconda metà del X secolo.


L'oratorio della Vergine viene indicato con l'espressione a Veronice, che testimonia l'esistenza di una denominazione collegata alla Veronica nell'ambiente della basilica vaticana.


Questa testimonianza è significativa perché precede le più ampie descrizioni del XII secolo relative al sudario venerato a San Pietro.


3. Il documento del 18 febbraio 1018: Sancta Maria in Beronica


Un documento del 18 febbraio 1018 reca la sottoscrizione dell'abate Giovanni, che si qualifica come mansionarius Sanctae Mariae in Beronica.


La formulazione, traducibile come «custode di Santa Maria in Beronica», costituisce una testimonianza documentaria importante per la storia del luogo e della sua denominazione.


Il riferimento permette di collegare la memoria dell'oratorio mariano di Giovanni VII alla tradizione della Veronica, ormai riconoscibile nella nomenclatura ecclesiastica dell'inizio dell'XI secolo.


4. L'ubicazione dell'oratorio e dell'altare della Veronica


Secondo la ricostruzione storico-artistica, l'oratorio si trovava all'inizio dell'ultima navatella destra dell'antica basilica di San Pietro, presso la controfacciata, nella zona in cui sarebbe stata successivamente aperta la Porta Santa.


Le fonti medievali collocano l'altare della Veronica davanti all'oratorio mariano. La distinzione è importante: l'oratorio originario, fatto costruire da Giovanni VII, e l'altare o il luogo di culto della Veronica sono elementi connessi, ma non devono essere automaticamente considerati la stessa struttura.


Nel 1197 papa Celestino III fece realizzare un ciborio per la Veronica. L'oratorio e le strutture medievali associate furono distrutti nel corso delle trasformazioni dell'antica basilica, culminate nella demolizione del 1606-1609.


5. Petrus Mallius e il sudario di Cristo (circa 1160)


Nella Descriptio basilicae Vaticanae, Petrus Mallius descrive l'oratorio della Vergine chiamato Veronica e afferma che vi si trovava il sudario di Cristo.


Il passo recita:


«Ab alia parte basilicae Beati Petri est, ut supra diximus, oratorium sanctae Dei genitricis virginis Mariae, quod vocatur Veronica; ubi sine dubio est sudarium Christi, in quo ante passionem suam sanctissimam faciem, ut a maioribus accepimus, extersit, quando sudor eius factus est sicut guttae sanguinis decurrentis in terram».


Traduzione:


«Dall'altra parte della basilica del beato Pietro si trova, come abbiamo detto sopra, l'oratorio della santa Vergine Maria, Madre di Dio, che è chiamato Veronica; qui, senza dubbio, si trova il sudario di Cristo, nel quale, prima della sua Passione, egli asciugò il suo santissimo volto, come abbiamo appreso dai nostri predecessori, quando il suo sudore divenne come gocce di sangue che cadevano a terra».


Il testo collega esplicitamente il luogo denominato Veronica, il sudario di Cristo e l'episodio del sudore simile a sangue nel Getsemani.


La descrizione è particolarmente rilevante perché non presenta la scena della donna che asciuga il volto di Gesù durante la Via Crucis: attribuisce invece a Cristo stesso il gesto di asciugarsi il volto prima della Passione.


6. Giacomo Grimaldi: la documentazione dell'antica cappella


Giacomo Grimaldi (circa 1568-1623), archivista e antiquario legato alla basilica di San Pietro, documentò le strutture e le decorazioni dell'antica basilica prima e durante la sua demolizione.


I suoi disegni, conservati attraverso manoscritti e copie, costituiscono una fonte fondamentale per la ricostruzione dell'oratorio di Giovanni VII. Essi registrano l'organizzazione delle pareti, i mosaici, la figura della Vergine con il pontefice offerente, le scene della vita di Cristo e il ciclo dedicato agli apostoli Pietro e Paolo.


Grimaldi si occupò anche della reliquia della Veronica, dedicandole l'Opusculum de sacrosancto Veronicae sudario ac lancea, la cui prima versione è datata 3 maggio 1618.


La sua documentazione consente di distinguere la storia materiale della cappella medievale dalle tradizioni relative alla reliquia venerata nell'area.


7. Considerazioni dell'autore


Ritengo che la successione delle testimonianze — l'oratorio mariano costruito da Giovanni VII, il Chronicon di Benedetto di Sant'Andrea, il documento del 1018 e la descrizione di Petrus Mallius nel XII secolo — costituisca un percorso documentario essenziale per comprendere come il nome Veronica si sia progressivamente associato a un luogo specifico dell'antica basilica di San Pietro.


La mia ricerca considera particolarmente importante il fatto che l'oratorio fosse originariamente dedicato alla Vergine e che soltanto nelle testimonianze successive il luogo venga esplicitamente associato alla Veronica e al sudario di Cristo.


Questo sviluppo merita di essere confrontato con la tradizione del sudario del capo ricordato nella Descriptio ecclesiae Lateranensis e nella Tabula Magna Lateranensis, nonché con la storia dell'acheropita del Salvatore venerata al Laterano.


Ritengo che l'analisi congiunta di queste testimonianze possa contribuire a chiarire i rapporti fra le diverse reliquie e le successive identificazioni medievali, senza escludere la possibilità che tradizioni originariamente distinte siano confluite nella memoria della Veronica romana.


Fonti e riferimenti bibliografici


- Liber Pontificalis, vita di Giovanni VII, edizione Duchesne, I, pp. 385-387.

- Benedetto di Sant'Andrea, Chronicon, ed. G. Zucchetti, Roma, 1920, p. 41.

- L. Schiaparelli, «Le carte antiche dell'Archivio capitolare di San Pietro in Vaticano», Archivio della R. Società Romana di Storia Patria, 24 (1901), pp. 450-453.

- Petrus Mallius, Descriptio basilicae Vaticanae, in R. Valentini e G. Zucchetti (a cura di), Codice topografico della città di Roma, III, Roma, 1946, p. 420.

- Giacomo Grimaldi, Opusculum de sacrosancto Veronicae sudario ac lancea, manoscritto del 3 maggio 1618.

- P. J. Nordhagen, «Giovanni VII», Enciclopedia dell'Arte Medievale, Treccani, 1995.

- Antonella Ballardini e Paola Pogliani, «A reconstruction of the oratory of John VII (705-7)», in Old Saint Peter's, Rome, Cambridge University Press, 2013, pp. 190-213.

- Massimo Ceresa, «Grimaldi, Giacomo», Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 59, Treccani, 2002.


Considerazione dell'autore: ritengo che questo parallelismo meriti particolare attenzione, perché potrebbe contribuire a chiarire i rapporti fra la tradizione del sudario venerato a San Pietro, quella del Mandylion di Edessa e le diverse interpretazioni medievali dell'origine dell'immagine impressa sul tessuto.


Considerazioni dell'autore sul possibile trasferimento dal Laterano a San Pietro


La mia ipotesi è che il sudario descritto nella Descriptio ecclesiae Lateranensis e nella Tabula Magna Lateranensis possa essere stato trasferito, in un momento non ancora determinato, dal Laterano alla basilica di San Pietro.


Secondo la mia interpretazione, tale reliquia potrebbe essere stata successivamente identificata con la Veronica venerata a San Pietro.


La mia deduzione nasce dal confronto fra le testimonianze che ricordano il sudario del capo di Cristo nel Laterano e quelle che, nel XII secolo, descrivono il sudario chiamato Veronica a San Pietro.


Ritengo possibile che queste tradizioni conservino la memoria trasformata di una reliquia originariamente associata alla sepoltura di Cristo.


13. La tradizione romana della custodia della reliquia


Una tradizione successiva racconta che Veronica, dopo la guarigione di Tiberio, rimase collegata alla reliquia e che, dopo la morte dell'imperatore, recuperò il panno e lo affidò a Clemente.


La narrazione cerca di spiegare la continuità della custodia della reliquia fino alla sua venerazione ecclesiastica a Roma.


14. La Legenda Aurea di Jacopo da Varagine


Nel XIII secolo Jacopo da Varagine raccoglie nella Legenda Aurea la vicenda di Veronica, Volusiano e Tiberio.


Veronica possiede un'immagine di Cristo, realizzata per conservarne la presenza. L'immagine viene portata all'imperatore e associata alla sua guarigione.


La Legenda Aurea contribuisce alla diffusione medievale del racconto di Veronica, dell'immagine miracolosa e della reliquia romana.


Nella sua narrazione, tuttavia, l'origine dell'immagine non viene collocata necessariamente nella scena della Via Crucis.


14 bis. Il XIII secolo: il Mandylion di Edessa, la Veronica romana e la convergenza delle tradizioni


Il XIII secolo costituisce una fase particolarmente importante per la storia della Veronica e per il confronto con il Mandylion di Edessa, la celebre immagine del volto di Cristo che, secondo la tradizione orientale, sarebbe stata impressa miracolosamente su un telo.


In questo periodo, la circolazione di racconti, immagini e reliquie favorì la sovrapposizione fra tradizioni che in origine erano distinte. Nell'ambiente romano si svilupparono interpretazioni che mettevano in relazione la Veronica venerata a San Pietro con il Mandylion di Edessa, anche attraverso ipotesi differenti circa il percorso seguito dalla reliquia.


1. Le ipotesi sul trasferimento del Mandylion a Roma


Nel XIII secolo si poteva ritenere che il vero Mandylion di Edessa fosse giunto a Roma dopo il sacco di Costantinopoli del 1204, avvenuto durante il pontificato di Innocenzo III (1198-1216).


Un'altra tradizione ipotizzava invece che il Mandylion fosse stato trasferito da Edessa a Gerusalemme e successivamente a Roma, attraverso passaggi collocati fra il VII e l'VIII secolo.


Queste due ricostruzioni esprimono differenti tentativi di spiegare la presenza a Roma di un'immagine ritenuta autentica e direttamente collegata al volto di Cristo.


2. Veronica, parente o moglie di Abgar


Nell'ambiente romano medievale si sviluppò anche una tradizione che collegava Veronica alla vicenda del re Abgar di Edessa.


In alcune versioni, Veronica veniva presentata come una parente di Abgar; in altre, come sua moglie. Queste identificazioni contribuivano ad avvicinare ulteriormente la figura di Veronica alla storia del Mandylion e alla tradizione orientale dell'immagine miracolosa.


La sovrapposizione dei personaggi permetteva di costruire un collegamento narrativo fra la donna associata alla reliquia romana e la storia dell'immagine venerata a Edessa.


3. La richiesta di una copia della Veronica e il Mandylion con le frange


Un elemento significativo di questa convergenza è rappresentato dal rapporto fra la Veronica romana e le raffigurazioni del Mandylion.


Secondo la tradizione qui presa in esame, una contessa avrebbe richiesto una copia della Veronica e avrebbe ricevuto invece un'immagine identificata con il Mandylion, recante le frange del tessuto.


Questa tipologia iconografica trova un importante confronto nelle rappresentazioni del Mandylion presenti nella tradizione bizantina, fra cui quelle associate alla cronaca illustrata di Giovanni Scilitze.


Il parallelismo è rilevante per la ricerca: il Mandylion, pur conservando la propria identità orientale, poteva essere rappresentato attraverso caratteristiche iconografiche associate alla Veronica romana. L'immagine orientale e quella occidentale venivano così avvicinate, fino a essere interpretate come manifestazioni della medesima tradizione del volto miracoloso di Cristo.


4. Il Vangelo dell'infanzia e l'identificazione fra Mandylion e Veronica


Un ulteriore elemento da esaminare è costituito da una tradizione del Vangelo dell'infanzia sviluppatasi nell'ambiente romano, nella quale il miniaturista raffigura il Sacro Mandylion e, al termine dell'opera, ne esplicita l'identificazione con la Veronica.


Secondo la testimonianza richiamata in questa ricerca, l'autore dichiara, in sostanza, che il Mandylion raffigurato non è altro che la Veronica, ricordando le numerose grazie attribuite alla reliquia e affermando di esserne stato testimone.


Questo passaggio è particolarmente importante perché documenterebbe non soltanto una somiglianza iconografica, ma anche un'identificazione esplicita fra due tradizioni reliquiarie: quella orientale del Mandylion e quella romana della Veronica.


L'immagine miniata diventa così una testimonianza della progressiva convergenza fra le due tradizioni nell'ambiente occidentale medievale.


5. Le raffigurazioni duecentesche del Mandylion e della Veronica


Nel corso del XIII secolo si incontrano raffigurazioni del Sacro Mandylion che presentano analogie con la Veronica, oltre a rappresentazioni del Mandylion di Genova.


Queste immagini devono essere considerate nel quadro della circolazione medievale dei modelli iconografici e della crescente identificazione fra reliquie alle quali veniva attribuita la medesima origine miracolosa.


Il confronto fra le diverse raffigurazioni permette di studiare come il volto di Cristo fosse rappresentato attraverso schemi visivi condivisi, pur in presenza di tradizioni storiche e cultuali differenti.


6. Il significato storico di questa convergenza


Il XIII secolo rappresenta pertanto un passaggio fondamentale per la storia della Veronica.


Da una parte permane la tradizione occidentale di una donna che possiede un'immagine di Cristo, collegata alla guarigione di Tiberio e alla reliquia venerata a Roma. Dall'altra si sviluppa il confronto con il Mandylion di Edessa, la cui storia comprende il re Abgar, la tradizione orientale dell'immagine acheropita e la successiva circolazione delle sue raffigurazioni.


L'ipotesi che il Mandylion sia giunto a Roma dopo il 1204 e quella di un trasferimento precedente, attraverso Gerusalemme fra il VII e l'VIII secolo, costituiscono due possibili ricostruzioni della tradizione. A queste si aggiungono le narrazioni che collegano Veronica alla famiglia di Abgar, le immagini con le frange e le testimonianze che identificano esplicitamente il Mandylion con la Veronica.


Per questa ricerca, il punto centrale è che nel XIII secolo la distinzione fra le due tradizioni non impediva più la loro sovrapposizione: la Veronica romana e il Mandylion orientale potevano essere interpretati come immagini riconducibili a un'unica memoria del volto autentico di Cristo.


L'esame congiunto delle fonti scritte, delle miniature e delle diverse tipologie iconografiche può quindi contribuire a chiarire come questa identificazione si sia sviluppata e quale ruolo abbia avuto nella storia delle reliquie romane.


7. Il manoscritto latino 2688 della Bibliothèque nationale de France (circa 1280-1285)


Un documento particolarmente importante per la ricerca è il manoscritto latino 2688 della Bibliothèque nationale de France, databile circa al 1280-1285 e contenente una narrazione miniata relativa ad Abgar, all'immagine di Edessa e alla Veronica romana.


Il manoscritto costituisce una testimonianza significativa della convergenza medievale fra la tradizione orientale del Mandylion e quella occidentale della Veronica.


La narrazione collega il Volto Santo inviato ad Abgar alla Veronica custodita nella basilica di San Pietro a Roma. Nella conclusione, l'autore richiama inoltre le grazie attribuite alla Veronica romana e dichiara di esserne stato testimone.


Il documento è particolarmente importante perché mostra come, nell'ambiente occidentale del XIII secolo, il Mandylion e la Veronica potessero essere presentati come manifestazioni della medesima immagine autentica di Cristo.


Riferimento bibliografico: Isa Ragusa, «The Iconography of the Abgar Cycle in Paris, Ms. Lat. 2688 and Its Relationship to Byzantine Cycles», Miniatura, 2 (1989), pp. 35-51.


8. La richiesta della badessa di Montreuil nel 1249


Un'altra testimonianza significativa riguarda la badessa del convento di Montreuil-en-Thiérache, che nel 1249 chiese a suo fratello, il futuro papa Urbano IV, allora in Italia, una copia della Veronica romana.


Secondo il racconto relativo a questa vicenda, la badessa ricevette invece un'immagine identificata con il Mandylion, accompagnata da un'iscrizione in paleoslavo che ne indicava il rapporto con il volto di Cristo impresso sul telo.


Nella lettera che accompagnava l'immagine, il futuro pontefice invitava la sorella ad accoglierla come la santa Veronica, quale sua vera immagine e somiglianza.


L'episodio è importante per la ricerca perché documenta una relazione esplicita fra la Veronica romana e il Mandylion orientale: una richiesta riguardante la prima viene soddisfatta mediante l'invio del secondo, presentato come equivalente sul piano devozionale.


La testimonianza offre quindi un esempio concreto di come, nel XIII secolo, le due tradizioni potessero sovrapporsi senza che fosse necessario distinguere rigorosamente fra le rispettive origini.


9. Il Mandylion con le frange e la tradizione iconografica bizantina


Il Mandylion è frequentemente rappresentato come un telo recante il volto di Cristo, con le estremità del tessuto visibili ai lati o al di sotto dell'immagine.


Le rappresentazioni bizantine, comprese quelle associate alla cronaca illustrata di Giovanni Scilitze, costituiscono un riferimento importante per lo studio della tipologia iconografica del Mandylion.


Il confronto fra queste immagini e le raffigurazioni occidentali della Veronica permette di esaminare la circolazione di modelli figurativi e le successive identificazioni fra immagini venerate in contesti differenti.


La vicenda della badessa di Montreuil offre un collegamento documentario fra questo confronto iconografico e la storia della trasmissione delle immagini: la richiesta di una copia della Veronica e la ricezione di un Mandylion mostrano che, nel XIII secolo, le due immagini potevano essere considerate equivalenti nella pratica devozionale.


10. Le raffigurazioni medievali e il Mandylion di Genova


Nel XIII secolo la tradizione del Mandylion continua a essere rappresentata attraverso immagini che presentano analogie con la Veronica romana.


Queste raffigurazioni devono essere studiate nel contesto della diffusione dei modelli bizantini e della crescente identificazione fra le immagini alle quali veniva attribuita un'origine miracolosa.


Per quanto riguarda il Mandylion venerato a Genova, è opportuno distinguere la storia generale delle rappresentazioni medievali dalla vicenda specifica della reliquia genovese, la cui tradizione è collegata a eventi e personaggi di epoca successiva.


Il confronto iconografico conserva comunque la propria importanza per ricostruire la diffusione del modello del volto di Cristo su un telo e i rapporti fra la tradizione orientale del Mandylion e quella occidentale della Veronica.


11. Il significato complessivo delle nuove testimonianze


Le testimonianze qui aggiunte permettono di precisare il quadro storico del XIII secolo.


Il manoscritto latino 2688 documenta una narrazione nella quale il Mandylion inviato ad Abgar viene identificato con la Veronica di San Pietro. La vicenda della badessa di Montreuil, nel 1249, mostra invece che una richiesta di copia della Veronica poteva essere soddisfatta con l'invio di un'immagine del Mandylion, presentata come equivalente alla reliquia romana.


Questi documenti si affiancano alle tradizioni relative alla possibile traslazione del Mandylion da Edessa a Gerusalemme e poi a Roma fra il VII e l'VIII secolo, oppure al suo eventuale arrivo dopo il sacco di Costantinopoli del 1204.


Nel loro insieme, le testimonianze mostrano che il XIII secolo rappresenta una fase decisiva nella convergenza narrativa, iconografica e devozionale fra la Veronica romana e il Mandylion di Edessa.


La ricerca può pertanto proseguire mantenendo distinti tre livelli: la storia materiale delle singole reliquie, le tradizioni letterarie relative alla loro origine e la progressiva identificazione delle immagini nella cultura medievale.


Riferimenti bibliografici aggiuntivi


- Isa Ragusa, «The Iconography of the Abgar Cycle in Paris, Ms. Lat. 2688 and Its Relationship to Byzantine Cycles», Miniatura, 2 (1989), pp. 35-51.

- Amanda Clare Murphy, «Intertextuality in the Mandylion and Veronica traditions», in Il nostro sogno di una cosa. Saggi e traduzioni per Serena Vitale, Milano, Archinto, 2015, pp. 195-204.

- Emanuele Colombo et al., The Rediscovered Face: The Unmistakable Features of Christ, 2013.


15. Berenice e vera icon: la fusione fra donna e immagine


Il nome Veronica è collegato alla tradizione di Berenice o Beronice.


Nel Medioevo si diffuse anche l'interpretazione attraverso l'espressione latina vera icon, «vera immagine».


Questa interpretazione contribuì alla sovrapposizione fra la donna, il panno e l'immagine del volto di Cristo.


La tradizione finì così per identificare progressivamente Veronica con la donna, la custode della reliquia e l'immagine stessa.


16. La Veronica della Via Crucis: la formazione tardomedievale


La scena nella quale Veronica incontra Gesù mentre porta la croce, gli asciuga il volto e riceve un panno sul quale compare miracolosamente la sua immagine non è narrata nei Vangeli canonici.


La sua diffusione si consolida soprattutto nel XIV secolo, parallelamente allo sviluppo della devozione alla Via Dolorosa.


Le tradizioni precedenti avevano già collegato Veronica a un'immagine di Cristo, alla guarigione di Tiberio e a un panno venerato a Roma. La scena della Via Crucis riunisce questi elementi in un racconto devozionale destinato a diventare popolare nell'arte e nella pietà cristiana.


17. Cronologia sintetica delle principali tradizioni


Epoca| Fonte o tradizione| Elemento essenziale

I secolo| Vangeli canonici| Guarigione dell'emorroissa anonima.

IV secolo| Eusebio di Cesarea| Statua di Cesarea di Filippo associata a Gesù e all'emorroissa.

IV-V secolo e successive redazioni| Acta Pilati e Vangelo di Nicodemo| Tradizione di Berenice o Beronice.

V-VII secolo| Cura sanitatis Tiberii| Veronica possiede un'immagine di Cristo; guarigione di Tiberio.

VI-VIII secolo e successive redazioni| Vindicta Salvatoris| Trasferimento dell'immagine a Roma e guarigione dell'imperatore.

VII secolo| Arculfo e Adomnán| Tradizioni sui luoghi santi e sui tessuti sacri.

Circa 702-703| Beda, Liber de locis sanctis| Tradizioni sui sudari attribuiti a Cristo.

756| Liber Pontificalis, Stefano II| Processione papale con l'immagine del Salvatore denominata Acheropsita.

VIII-XII secolo| Tradizioni dell'acheropita lateranense| Culto e diffusione dell'immagine del Salvatore.

XII secolo| Pietro Diacono| Sudario di Cristo chiamato Veronica e collegato a Roma.

XII secolo| Petrus Mallius| Sudario chiamato Veronica nella basilica di San Pietro.

1159-1181| Giovanni Diacono, Descriptio ecclesiae Lateranensis| Sudario posto sul capo di Cristo, ricordato fra i cinque teli funerari.

XIII secolo| Tabula Magna Lateranensis| Ricordo del sudario del capo fra le reliquie lateranensi.

1249| Tradizione della badessa di Montreuil| Richiesta di una copia della Veronica e invio di un'immagine identificata con il Mandylion.

Circa 1260 e successive revisioni| Jacopo da Varagine, Legenda Aurea| Veronica, immagine di Cristo, Volusiano e guarigione di Tiberio.

Circa 1280-1285| BnF, manoscritto latino 2688| Convergenza narrativa fra il Mandylion di Abgar e la Veronica di San Pietro.

XIII secolo| Tradizioni iconografiche del Mandylion| Circolazione e confronto fra modelli orientali e occidentali.

XIV secolo| Tradizione della Via Dolorosa| Diffusione della scena di Veronica che asciuga il volto di Gesù.

XV-XVI secolo| Arte e devozione della Via Crucis| Consolidamento della scena oggi comunemente rappresentata.


18. Conclusioni


La storia della Veronica si sviluppa attraverso la confluenza di tradizioni differenti: l'emorroissa evangelica, Berenice o Veronica, l'immagine di Cristo, la guarigione di Tiberio, le immagini acheropite, il sudario del capo e la scena della Via Crucis.


La documentazione romana comprende testimonianze distinte: l'acheropita del Salvatore portata in processione da Stefano II nel 756, il sudario del capo ricordato nella Descriptio ecclesiae Lateranensis e nella Tabula Magna Lateranensis, e la Veronica descritta nelle fonti relative a San Pietro.


La mia ricerca propone di esaminare congiuntamente queste tradizioni e di considerare la possibilità che siano collegate da una storia reliquiaria più antica, trasformata nel corso dei secoli.


In particolare, ritengo possibile che l'acheropita denominata Acheropsita fosse un'immagine di origine orientale, considerata un modello autorevole per altre immagini sacre, e che il sudario ricordato nelle fonti lateranensi possa essere stato trasferito successivamente a San Pietro, dove sarebbe stato identificato con la Veronica.


Il XIII secolo costituisce un ulteriore passaggio importante: il manoscritto latino 2688 e la vicenda della badessa di Montreuil mostrano che il Mandylion di Edessa e la Veronica romana potevano essere identificati o considerati equivalenti nella tradizione medievale.


La scena della donna che asciuga il volto di Gesù durante la salita al Calvario rappresenta l'ultima grande trasformazione di questa tradizione, affermatasi soprattutto nel tardo Medioevo.


La ricerca si propone quindi di ricostruire la successione delle testimonianze, distinguendo le diverse epoche e le differenti denominazioni, per comprendere come si sia formata la tradizione della Veronica e quale rapporto possa esistere fra le immagini acheropite e le reliquie romane.


Conclusione generale — La definizione di Veronica nel Tommaseo-Bellini


Un'ulteriore testimonianza, significativa per la nostra ricerca, è offerta dal Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, sostenuto dall'Accademia della Crusca, alla voce «Veronica»:


««Effigie del volto di Gesù Cristo impressa in un pannolino, che si adora in San Pietro di Roma, e la tradizione dice essere il sudario posto sul volto del Signore nel sepolcro.»»


Questa definizione ottocentesca è particolarmente importante perché registra esplicitamente una tradizione secondo la quale l'immagine venerata a San Pietro come Veronica sarebbe stata il sudario posto sul volto di Cristo nel sepolcro.


Considerazione dell'autore: ritengo che questa testimonianza lessicografica costituisca un punto significativo per la conclusione del presente studio. Essa documenta la persistenza di un'identificazione tradizionale fra la Veronica romana e il sudario sepolcrale, offrendo un ulteriore elemento da confrontare con le fonti medievali relative al Laterano, all'acheropita, alla traslazione delle reliquie e alle successive tradizioni sull'origine dell'immagine.


La ricerca ha quindi lo scopo di ricostruire come testimonianze inizialmente distinte — l'emorroissa ricordata da Eusebio di Cesarea, l'immagine di Cristo associata a Veronica, il Mandylion di Edessa, l'acheropita lateranense e il sudario funerario — siano state progressivamente accostate e talvolta identificate nella tradizione cristiana.


Resta fondamentale distinguere fra le testimonianze documentarie, le tradizioni devozionali e le ipotesi interpretative dell'autore, affinché sia possibile comprendere quando e attraverso quali passaggi storici questi diversi elementi siano confluiti nella memoria della Veronica venerata a Roma.


Fonti essenziali


- Eusebio di Cesarea, Historia ecclesiastica, VII, 18.

- Adomnán, De locis sanctis.

- Beda, Liber de locis sanctis.

- Liber Pontificalis, biografia di Stefano II.

- Cura sanitatis Tiberii.

- Vindicta Salvatoris.

- Mors Pilati.

- Giovanni Diacono, Descriptio ecclesiae Lateranensis.

- Tabula Magna Lateranensis.

- Pietro Diacono, Liber de locis sanctis.

- Petrus Mallius, Descriptio basilicae Vaticanae.

- Jacopo da Varagine, Legenda Aurea.

- Isa Ragusa, «The Iconography of the Abgar Cycle in Paris, Ms. Lat. 2688 and Its Relationship to Byzantine Cycles», Miniatura, 2 (1989), pp. 35-51.

- Amanda Clare Murphy, «Intertextuality in the Mandylion and Veronica traditions», in Il nostro sogno di una cosa. Saggi e traduzioni per Serena Vitale, Milano, Archinto, 2015, pp. 195-204.

- Emanuele Colombo et al., The Rediscovered Face: The Unmistakable Features of Christ, 2013.

- Gaetano Curzi, The power of images and images of power: the replicas of the Lateran Saviour in Central Italy.

- Eivor Andersen Oftestad, The Lateran Church in Rome and the Ark of the Covenant: Housing the Holy Relics of Jerusalem.