Il Vangelo di oggi

MISERICORDIAE VULTUM IN AETERNUM ADOREMUS.."[O Dio] continua ad effondere su di noi il tuo Santo Spirito, affinché non ci stanchiamo di rivolgere con fiducia lo sguardo a colui che abbiamo trafitto: il tuo Figlio fatto uomo, Volto splendente della tua infinita misericordia, rifugio sicuro di tutti noi peccatori bisognosi di perdono e di pace nella verità che libera e salva. Egli è la porta attraverso la quale veniamo a te, sorgente inesauribile di consolazione per tutti, bellezza che non conosce tramonto, gioia perfetta nella vita senza fine .."(PAPA FRANCESCO)

Fotomontaggio realizzato da Antonio Teseo
L'ora in Manoppello:

METEO MANOPPELLO

www.libreriadelsanto.it
BLOG SENZA SCOPO DI LUCRO DI ANTONIO TESEO

venerdì 23 ottobre 2026

Ricerche storiche-scientifiche


Il Mandylion di Edessa, la Veronica e il Volto Santo di Manoppello: le testimonianze medievali a confronto


Di Antonio Teseo 

Studioso della Sindone di Torino 

e del Volto Santo di Manoppello 


1. La descrizione del Mandylion nella Narratio de imagine Edessena


La Narratio de imagine Edessena, legata alla traslazione del Mandylion da Edessa a Costantinopoli nel 944, tramanda una descrizione eccezionalmente precisa della formazione dell'immagine di Cristo e della sua conservazione nel tempo.


Il testo afferma:


«.«ma riguardo al motivo di come, da un'umidità liquida, senza colori e senza l'arte della pittura, la forma del volto si sia delineata nel tessuto di lino, e di come la materia così corruttibile non abbia subito corruzione con il tempo, e quanti altri interrogativi chi specula naturalmente sulle cose suole investigare con curiosità, sappia cedere all'inaccessibile sapienza di Dio».»


La descrizione riunisce tre caratteristiche fondamentali: la formazione del volto senza colori né pittura, il suo manifestarsi direttamente sul tessuto e l'incorruttibilità della materia nonostante il trascorrere del tempo.


L'autore non si limita a definire l'immagine acheiropoietos, cioè non fatta da mano umana. Affronta esplicitamente il problema di come un'immagine possa formarsi senza procedimenti pittorici e di come il suo supporto possa conservarsi in modo straordinario.


2. Giovanni XXII e il Salve, Sancta Facies


Un parallelismo significativo emerge dall'inno medievale Salve, Sancta Facies, legato alla venerazione della Veronica custodita nella basilica di San Pietro e alla tradizione delle indulgenze associate a papa Giovanni XXII.


Il testo latino recita:


..«Salve gemma nobilis, vera margarita,

celicis virtutibus perfecta munita,

non depicta manibus, sculpta nec polita,

hoc scit summus artifex qui te fecit ita.»..


Traduzione:


«Salve, gemma nobile, vera perla, perfetta e protetta dalle virtù celesti; non dipinta da mani umane, né scolpita né levigata: lo sa il sommo Artefice che ti ha fatta così».


L'inno prosegue:


..«Ille color celicus qui in te splendescit

in eodem permanet statu, non decrescit

diuturno tempore minime palescit

fecit te rex glorie qui fallere nescit.»..


Traduzione:


«Quel colore celeste che risplende in te rimane nel medesimo stato, non diminuisce; con il trascorrere del tempo non impallidisce affatto: ti ha fatto il Re della gloria, che non può ingannare».


Il confronto con la Narratio è immediato: entrambe le testimonianze escludono la normale produzione artistica e attribuiscono all'immagine una conservazione eccezionale. La fonte bizantina insiste sulla formazione del volto senza colori e sull'incorruttibilità della materia; l'inno latino sulla natura non dipinta dell'effigie e sulla permanenza del suo colore.


3. Le immagini romane e la questione della corrispondenza materiale


La Veronica custodita a San Pietro e il pannello dell'Acheropita del Sancta Sanctorum sono venerate come immagini non realizzate da mano umana. Il loro stato attuale, tuttavia, presenta una differenza significativa rispetto alle descrizioni medievali.


La Veronica vaticana non offre oggi un'immagine del volto chiaramente leggibile nelle condizioni in cui è accessibile all'osservazione. Il pannello del Sancta Sanctorum, conserva un'immagine deteriorata la cui superficie e il cui aspetto sono stati modificati da rivestimenti e interventi succedutisi nel tempo.


In entrambi i casi, dunque, non è possibile riconoscere pienamente nell'aspetto attuale tutte le caratteristiche descritte dalle fonti: un'immagine senza pittura convenzionale, dal colore persistente e associata all'incorruttibilità del supporto.


Questa discrepanza pone una questione storica precisa: fino a che punto i manufatti oggi conservati corrispondono materialmente alle immagini descritte nelle testimonianze medievali? La continuità del culto non coincide necessariamente con la dimostrazione dell'identità materiale della reliquia.


4. Il Volto Santo di Manoppello: il rapporto fra immagine, tessuto e luce


Il velo venerato a Manoppello presenta caratteristiche che rendono particolarmente interessante il confronto con le due testimonianze medievali.


L'immagine è visibile su un supporto estremamente sottile e trasparente. Le osservazioni microscopiche e ottiche evidenziano una struttura tessile superficiale e un comportamento della luce nel quale riflessione, trasmissione e diffusione luminosa concorrono alla percezione del volto. L'immagine non presenta i caratteri ordinari di uno strato pittorico riconoscibile sovrapposto al tessuto.


Queste proprietà richiamano direttamente la descrizione della Narratio: un volto che si manifesta sul lino senza colori e senza l'arte della pittura. Il confronto con il Salve, Sancta Facies riguarda invece l'immagine non dipinta da mani umane e la sua persistente leggibilità.


Anche il tema dell'incorruttibilità assume rilievo. Il volto di Manoppello rimane riconoscibile attraverso il velo, benché la permanenza dell'immagine non equivalga all'assenza assoluta di qualsiasi alterazione fisica del supporto. È la continuità visiva del volto, unita alle proprietà ottiche del tessuto, a costituire il principale elemento di interesse.


5. La convergenza delle testimonianze


Le fonti medievali e le caratteristiche osservabili del Volto Santo convergono su alcuni aspetti specifici:


- Origine acheropita: l'immagine non è attribuita a una normale esecuzione artistica.


- Assenza di pittura convenzionale: la Narratio parla di un volto formatosi senza colori; il Salve, sancta facies dichiara che l'effigie non è dipinta da mani umane.


- Relazione con il tessuto: nella Narratio il volto si delinea su un panno di lino; a Manoppello l'immagine è visibile su un Sudario di finissimo bisso lino ritorto.


- Permanenza nel tempo: la fonte bizantina descrive una materia che non subisce corruzione, mentre l'inno latino celebra un colore che non impallidisce.


La Veronica di San Pietro e l'Acheropita del Sancta Sanctorum, pur appartenendo dunque alla tradizione delle immagini acheropite, non presentano oggi in modo pienamente verificabile tutte le caratteristiche descritte nei testi. Il Volto Santo di Manoppello offre invece un termine di confronto concreto per lo studio del rapporto fra immagine, struttura tessile e luce.


Questa convergenza rende il velo abruzzese particolarmente interessante per la ricerca storico-filologica sulle immagini sacre. Il confronto non si fonda soltanto sulla somiglianza iconografica, ma su una combinazione di caratteristiche descritte nelle fonti medievali e riscontrabili, sotto aspetti specifici, nel reperto sacro.


Oltre i segni del tempo: perché polvere, petali, fumi di candela, cera e ritocchi non fanno una pittura


Di Antonio Teseo 

Studioso della Sindone di Torino 

e del Volto Santo di Manoppello 


L'osservazione mossa sulla millenaria storia del telo è di un'estrema lucidità storiografica e materiale: trattandosi di un'effigie antichissima, esposta per secoli alla devozione popolare, ai fumi delle candele, al contatto e a particolari pratiche devozionali (come maneggiamenti, l'offerta di petali di rosa, candele accese o l'accumulo di polvere e terriccio e quant'altro), è perfettamente plausibile trovare oggi tracce di ossidazioni, aloni o micro-incrostazioni (che possono virare al grigio, rosso o al verdognolo).

Tuttavia, proprio analizzando questi elementi alla luce della scienza dei materiali, emerge la prova definitiva del fatto che il Volto Santo non è, e non può essere, un dipinto.

Ecco perché la presenza di queste alterazioni storiche non scalfisce, ma anzi rafforza la tesi della sua unicità:


1. Patina ambientale e residui organici vs. Tecnica pittorica


Nel corso dei secoli, oggetti di culto come questo hanno accumulato una complessa "patina" storica. I residui di petali di rosa putrefatti, la polvere le cere e il terriccio possono indubbiamente lasciare macchie chimiche, ossidazioni e variazioni cromatiche (come incrostazioni in toni grigi rossastri o verdastri citati).


La differenza fondamentale: 

Una macchia causata da un petalo ossidato o da polvere sedimentata è un deposito accidentale ed estrinseco, non un'opera d'arte.

Un dipinto richiede un progetto, un legante (colla, olio, tempera) e un pigmento steso intenzionalmente dal pennello di un artista per delineare luci, ombre e tratti somatici con precisione anatomica. I residui organici o la terra sporcano o macchiano la superficie; non creano un volto tridimensionale, anatomicamente coerente e simmetrico.


2. Il limite dei possibili "ritocchi" storici


È storicamente plausibile che in epoca remota qualcuno abbia tentato di ricalcare o ravvivare alcuni tratti di un'icona così venerata, spinto dalla devozione. Tuttavia, anche ammettendo la presenza di limitati interventi di restauro o ritocco umano:

Un restauratore o un pittore del passato avrebbe utilizzato i materiali della sua epoca (pigmenti a base minerale o vegetale legati con oli o colle). Le analisi scientifiche avanzate, invece, non rilevano strati di pittura continua né leganti tradizionali nei tratti fondamentali del volto.

Un ritocco può coprire o ispessire una zona, ma non può replicare il fenomeno fisico per cui l'immagine si forma esclusivamente sulle micro-fibrille superficiali del bisso senza penetrare nel cuore del filato.


3. La prova del nove: l'anomalia ottica resiste allo sporco


Se l'immagine fosse il risultato di una pittura tradizionale (magari aiutata o alterata da incrostazioni di terriccio e petali), fallirebbe clamorosamente il test ottico fondamentale che caratterizza il Volto Santo: la totale scomparsa dell'immagine in controluce.

Le macchie di terriccio, i residui organici o i pigmenti pittorici densi bloccherebbero, con opacizzazioni, la luce o lascerebbero comunque una traccia visibile anche se attraversati dai fotoni.


Il fatto che l'immagine svanisca completamente in controluce, rivelando la trasparenza diafana del bisso, dimostra che la struttura visibile non è uno strato aggiunto sopra il tessuto (che si tratti di colore o di sporco ossidato), ma è una modificazione intrinseca e superficiale della fibra stessa.


In definitiva 


Le tracce di terriccio, i pigmenti ossidati dai petali di rosa e i possibili ritocchi secolari raccontano semplicemente la storia travagliata di una reliquia venerata per millenni. Ma sono solo rumore di fondo storico.

Il cuore dell'immagine — la sua genesi puramente fibrillare, l'assenza di leganti, la bidimensionalità superficiale e la trasparenza alla luce — rimane un enigma impenetrabile per la storia dell'arte. Per quanto la reliquia possa aver subito l'usura del tempo e l'interazione con l'ambiente, non possiede alcuna delle caratteristiche chimiche e strutturali di un dipinto, confermandosi un reperto sacro che sfugge a qualsiasi categoria umana conosciuta.


Elaborazione realizzata da Antonio Teseo, esperto in grafica informatica




Nessun commento: